Pensate ad una quarantena senza musica… e se avesse suonato il silenzio?

Questi sono stati i mesi in cui la visione del tempo, quella che eravamo abituati ad avere, è cambiata per forza maggiore. Mai forse siamo stati così padroni delle nostre ore e, contemporaneamente, così legati ad un contesto ambientale limitato, con possibilità limitate.

Indipendentemente dai gusti, una cosa che sicuramente abbiamo fatto tutti è ascoltare musica.

Molti hanno ascoltato la radio, altri i dischi che avevano in casa, o rispolverato vecchi vinili; altri ancora hanno assistito a dirette di sessioni acustiche, avuto accesso alle piattaforme digitali, al Web.

La musica è dappertutto.

Oramai ci basta un click per ascoltare tutto quello che ci va. È così presente nelle nostre vite che, quasi automaticamente, la diamo per scontata.

Eppure ci sono centinaia di migliaia di persone solo in Italia che lavorano per creare dal nulla quei dischi, suonarli, produrli, distribuirli sulle piattaforme, fare entrare con comodità la musica nelle nostre case, nelle nostre auto, ancora per fare esibire il nostro artista del cuore su un palco (cosa di cui i più affezionati sentono molto la mancanza di questi tempi, e che ci si augura di poter tornare a fare il prima possibile).

Quello del 2020 è stato un primo maggio fuori da ogni aspettativa, come tutto quest’ultimo periodo.

In questo giorno ho deciso di puntare i riflettori sui lavoratori del settore dello spettacolo, una delle classi di lavoratori meno tutelate in questo periodo così delicato per tutti.

Sono tantissimi i lavoratori che girano intorno ad un artista o ad una band, tanto che quello a cui assistiamo non è altro che la punta dell’iceberg di una macchina perfetta . Ci hanno sempre detto di amare il nostro lavoro, perché in questo modo non lo avremo mai percepito come tale.

Lo sa bene chi lavora in quest’ambito, sa bene cosa vuole dire avere passione per un lavoro che troppo spesso non viene percepito come tale, nell’immaginario comune ma anche, purtroppo, legalmente.


Ne ho parlato in questa  puntata speciale della mia trasmissione #thepassenger insieme a diversi lavoratori dell’ambito: Massimo De Vita, Lelio Morra, Pellegrino, Ennio Mirra, Vincenzo Toscano. Produttori, cantautori, organizzatori di eventi. Abbiamo insieme cercato di trovare spunti comuni, e ne ho parlato con Ferdinando Tozzi, Avvocato specializzato in  diritti d’autore e che si sta battendo per una legge che faccia da ponte tra le risorse umane campane e l’industria musicale italiana.

Una legge che tuteli una volta per tutte i lavoratori dell’industria dello spettacolo, che potrebbe essere un primo passo ed una piccola rivoluzione.

Ho raggruppato tutti i podcast degli interventi in questa playlist.

Ringrazio ancora chi è intervenuto per la partecipazione e la passione che mette nel suo lavoro, augurandomi che come tale (e quanto prima) venga riconosciuto a tutti gli effetti.

Vi lascio al podcast.

Gli attacchi di panico

Molteplici i mali psicologici del secolo.
Potrei annoverare i disturbi alimentari, i disturbi dell’umore come la depressione , i famosissimi disturbi d’ansia.
Chi di noi non si è mai percepito ansioso e chi non ha mai sentito citare da
un’amica, una collega di lavoro, una sorella il termine attacco di panico?
Ma cosa è esattamente l’attacco di panico?
L’attacco di panico rappresenta sicuramente solo una delle molteplici forme di ansia e sicuramente quella più abusata. Potrei citare fobie, disturbi ossessivo –compulsivi e tanti altri, ma l’attacco di panico è oramai diventato il disturbo d’ansia più noto.
Il mio articolo si erge dalla volontà di voler sfatare miti e credenze riguardo ad una patologia troppo citata , ma molto poco conosciuta.

L’attacco di panico  si manifesta come un grave e passeggero stato d’ansia la cui intensità tende ad essere crescente. Tanti , anzi troppi i dubbi da risolvere su questo tema e per questo proverò a farlo sistematizzando i vostri quesiti più frequenti e dando una risposta chiara e fruibile anche per i non esperti del settore.

Qual’è la durata e quale la sintomatologia dell’attacco di panico?
La sua durata si aggira intorno ai dieci minuti e la sintomatologia prevede:
palpitazione, tachicardia, tremore, senso di irrealtà , depersonalizzazione,
derealizzazione. Comporta  vissuti drammatici e catastrofici tanto da far credere a chi lo sta vivendo di stare per morire , attribuendo quella medesima sintomatologia ad un attacco di cuore.

Quali i sintomi che ricorrono più frequentemente?
Le persone riportano frequentemente :tremore, sudorazione, palpitazione
pensieri affollati nella mente sensazione di non riuscire a respirare , perdita
di controllo,

…..E le cause?
Non vi sono cause assolute , ma sicuramente fattori correlati di tipo psicologico, relazionale e sociale che fanno da correlato agli attacchi di panico. Sicuramente lo stress e talune caratteristiche della personalità   sono fattori che inficiano nella crisi di panico. Non possiamo di certo negare che le crisi di panico e i disturbi d’ansia in generale siano tipici di individui con poca autostima, con un Sé fragile e un senso di autoefficacia quasi assente. Ma non vi sono cause lineari causa-effetto, ma solo
correlati che incidono su un disturbo che sembra accomunare tantissime persone.
Se l’ansia rappresenta un sentimento penoso verso un qualcosa che non conosciamo, che temiamo che accada e che non ci sentiamo in grado di affrontare, sicuramente l’attacco di panico rappresenta una delle sue massime espressioni sintomatologiche.

Cosa è l’ansia?
L’ansia può essere definita come uno stato penoso e non gradevole di
preoccupazione o di attesa di un pericolo non definito, diverso quindi da altri stati psicologici dove il pericolo è invece  definito o concreto. Tra le sue massime espressione vi è proprio l’attacco di panico . Il minimo comundenominatore di chi afferma di vivere gli attacchi di panico è sicuramente questa sensazione di perdita di controllo , di impazzire e di morire.

Se conosco i sintomi posso guarire?
Conoscerne i sintomi ed esserne consapevoli talvolta non basta per prevenire le crisi, né per curarle.
Nella maggior parte dei casi gli attacchi di panico   rispondono bene ad alcune tipologie di psicoterapia come la psicoterapia cognitivo comportamentale , la sistemico-familiare ecc. La psicoterapia, talvolta, a dispetto di una terapia farmacologica , anche se a breve termine e talvolta più costosa, risulta più efficace ed efficiente per i disturbi d’ansia ed in particolare i disturbi di panico.

Edda Cioffi psicologa e psicoterapeuta

Eravamo felici e non lo sapevamo…

“Eravamo felici e non lo sapevamo”. Quante volte in questi giorni avete sentito questa frase o quante volte nella vostra mente ve lo siete detti. Eravamo felici perché eravamo liberi di passeggiare all’aria aperta. Eravamo felici perché, liberi, potevamo condividere una pizza con gli amici. Eravamo felici perché potevamo festeggiare ogni ricorrenza coi nostri cari. Eravamo felici perché potevamo circolare col carrello tra le file al supermercato liberamente. Eravamo felici per gli abbracci, i baci, le notti passate fuori casa, i caffè usati come scusa per incontrarci, le feste, i viaggi, le risate al lavoro. Eravamo felici perché semplicemente eravamo liberi. “Il segreto della felicità è la libertà”, diceva Carrie Jones e noi tristemente lo abbiamo capito solo oggi.

É proprio vero, capisci l’importanza di una cosa solo quando l’hai persa. Vale per le persone e, mi rendo conto adesso, vale anche per un concetto astratto, la libertà. “Libertà”… uno dei concetti più acclamati e venerati della società occidentale contemporanea, valore assoluto della vita umana, meritevole di salvaguardia ad ogni costo.

E noi questa libertà non siamo riusciti a salvaguardarla. Ci è stata sottratta, negata con la forza, per il nostro bene, ovvio, ma ci fa male e soprattutto ci fa rabbia. A me fa male non potermi recare a lavoro e dare il mio contributo come vorrei. Mi fa male non poter accompagnare mamma al supermercato e decidere insieme, con calma, tra gli scaffali cosa cucinare per cena. Mi fa male non poter abbracciare un’amica o non poterla invitare per un caffè. Mi fa male non poter organizzare un viaggio o un semplice sabato sera fuori. Questa libertà negata mi fa male… e mi fa rabbia.

Mi fa rabbia non averle dato importanza prima, di averla sottovalutata. Mi fa rabbia pensare che ci sia stata sottratta a causa di un mostro invisibile e mi fa ancora più rabbia pensare che il mostro invisibile si stia prendendo allegramente gioco di noi, delle nostre vite. E penso a chi soffre, a chi non può vedere i propri cari, a chi respira a fatica e a chi il respiro lo perde quando prova a pensare all’amico o al parente isolato in una stanza d’ospedale.

Sì, eravamo felici e non lo sapevamo. Un pensiero tanto vero quanto fastidioso. Come fastidiosa risuona in questi giorni l’espressione “andrà tutto bene”. La tv non fa che ripeterlo: gli spot ci elencano le regole da seguire e alla fine ci piazzano il famoso “se le seguite tutti, andrà tutto bene”. I presentatori ce lo ricordano minimo venti volte durante tutto un programma. Il Presidente del Consiglio lo piazza a chiusura di quasi
tutti i suoi discorsi pubblici. L’hashtag #andràtuttobene poi, correda il 90% dei post che leggiamo sui social.

Anche noi, ormai in automatico, tendiamo a chiudere i discorsi col celebre
“andrà tutto bene”, quasi a voler convincere noi stessi che prima o poi le cose cominceranno ad andare nel verso giusto. La stessa zia Rosetta l’altro giorno dopo avermi parlato drammaticamente di tutti i suoi problemi e di tutte quante le sue preoccupazioni, mi chiude la videochiamata dicendomi inaspettatamente “andrà tutto bene”. Per non parlare di mio padre, pronto a ripeterlo ogni volta che io e mio fratello proviamo a svelargli le nostre paure, per ciò che stiamo vivendo e per quello che andremo ad affrontare dopo.

La musica poi rincara la dose. Gli artisti in queste settimane corredano le loro performance casalinghe con le solite frasi ad effetto. Mi è capitato per esempio di guardare l’omaggio che Patti Smith ha fatto all’Italia e in particolar modo alla città di Milano. Sapete cosa diceva la figlia Jesse nel video prima dell’esibizione con la madre? “Italia andrà tutto bene, Milano andrà tutto bene”.

E anche gli artisti italiani sono lì, pronti a ricordarci che possiamo stare
tranquilli, che andrà tutto bene. Penso che Brunori Sas ci ha scritto anche una canzone mesi fa con la celebre frase “andrà tutto bene” e la radio in questi giorni pare addirittura si diverta a passarla di tanto in tanto: “Vedrai che andrà bene, andrà tutto bene. Tu devi solo metterti a camminare, raggiungere la cima di montagne nuove”. Quante volte l’abbiamo cantata e quante volte la stiamo cantando in questi giorni. Per me è ormai un vero e proprio aiuto morale, non potrei farne a meno.

Pensandoci, ‘Al di là dell’amore’, questo il nome della canzone, parte da una
riflessione sociale e continua interrogandosi su ciò che pensiamo sia bene e ciò che pensiamo sia male. É un canto etico e poetico a tre voci che vede l’alternarsi di vari stati d’animo. Quindi se nella prima parte ad emergere sono parole di amarezza, disincanto, rimpianto, lo stesso non si può dire per il ritornello: l’invito è quello di lavorare su se stessi, di guardare le cose da un’altra prospettiva.

Ecco, le canzoni ci conoscono e in questi giorni sembrano volerci indicare il
cammino. É come se l’artista nel momento di scrittura e composizione fosse già a conoscenza di quello che sarebbe accaduto di lì a pochi mesi. Ho provato questa sensazione con la Michielin qualche settimana fa e provo lo stesso adesso con Brunori Sas.

‘Al di là dell’amore’ sembra il vestito cucito su misura su ognuno di noi. Sfido chiunque in questo momento a non provare amarezza, paura, rimpianto. Sono settimane difficili e lo sappiamo tutti. Allo stesso tempo però sfido chiunque a non sentire dentro di sé la speranza, la fiducia e soprattutto la voglia di tornare com’eravamo un tempo, anzi meglio di com’eravamo un tempo. É un lavoro di introspezione, un continuo alternarsi di stati d’animo che adesso non possiamo comprendere ma che in futuro gioverà alle nostre vite. Almeno questo è quello che ci fanno credere ed io ci provo, ho bisogno di credere.

Mi chiedo se anche Brunori Sas sia fiducioso o per lo meno se lo sia fino in fondo in questi giorni. Chissà come lo sta affrontando questo momento e soprattutto come si è sentito quando qualche giorno fa si è trovato costretto a rinviare il tour, quel tour a cui stava lavorando da tempo e che aveva annunciato insieme all’album ‘Cip’. Me lo ricordo l’entusiasmo con cui aveva presentato il disco: “É come se con questo nuovo disco tornassi al primo. Però dopo aver fatto un percorso. Ci rivedo molto dello spirito
con il quale ho scritto l’album di ‘Guardia 82’. Quello che forse è cambiato veramente tanto è il tono. In ‘Cip’ c’è un tono diverso rispetto alle origini. Io ho sentito di trattare gli argomenti con un approccio più pacifico ed è forse un disco anche della mia età”.

Ciò che mi era piaciuto e che mi aveva particolarmente colpita era la potenza del disco, il cui obiettivo, riconoscibile fin da subito, era semplicemente quello di dar spazio all’immaginazione. Non è un caso se Brunori ha scelto proprio un’onomatopea, un suono semplice e diretto, come titolo del suo album. Un modo per arrivare a tutti perché, come ha tenuto a precisare in un’intervista, “le parole non sono il fine ma il
mezzo”
. ‘Cip’ è un disco in cui molti pensieri sono impressi nei testi, mentre altri non sono percettibili nell’immediato, ma arrivano piano piano, magari dopo aver ascoltato più volte le canzoni che lo compongono. D’altronde ricordo che lo stesso Brunori tempo fa ha affermato: “Ho lavorato molto sul non detto, liberandomi dalla ricerca della parola”. Ci sono quindi brani sinceri e quasi spudorati come ‘Per due che come noi’, un inno all’amore capace di resistere al tempo e ai problemi che si possono incontrare nelle lunghe relazioni… una vera e propria ode per la sua dolce metà Simona
con cui è legato da un amore lungo oltre vent’anni. E ci sono poi pezzi, potremmo dire, più “pubblici” come ‘Il mondo si divide’, ‘Fuori dal mondo’ e ‘Anche senza di noi’ che, oltre ad affrontare temi importanti, confermano l’originalità con cui Brunori tratta quello che succede nella quotidianità. “Canzoni d’amore, nelle sue diverse inclinazioni, da quello di coppia a quello familiare, sino all’amore ideale, forse utopistico. Quelle di
buona volontà, di tenerezza ma anche di difficoltà, di pazienza, di denti stretti per tenere in piedi le cose”
: questo dunque il succo del disco che Brunori ha tenuto a precisare mesi fa.

‘Cip’ per me è stato fin da subito un soffio di primavera, già dal primo ascolto a gennaio, quando è uscito, nel bel mezzo dell’inverno. E l’ascolto di questo disco in questi giorni penso possa sciogliere, almeno in parte, il gelo che ci portiamo dentro. Noi, chiusi in casa, tra paure, bilanci e una primavera che stenta ad arrivare.

Ed è proprio di bilanci che parla il nuovo singolo di Brunori Sas, un singolo che esce oggi e che sembra sia stato scelto da lui apposta. ‘Capita così’, questo il titolo, è un grido di sfogo e di gioia, leggero ma potentissimo, un pezzo che, ascoltato in questi giorni, ha su di noi di sicuro un forte impatto. Mi è bastato leggere l’incipit del testo per sentirmi ancora più impotente: “Capita così, che un bel giorno ti guardi allo specchio e ti trovi più vecchio, di parecchio”. Con una potenza disarmante, da pugni chiusi e lacrime agli occhi, ‘Capita così’ ci mette davanti ai bilanci, quelli dei risultati raggiunti e
quelli per cui ci si sente minuscoli: gli anni che passano, i cambiamenti, il crederci nonostante tutto e soprattutto l’imprevedibilità della vita, l’imprevedibilità con cui tutti noi abbiamo imparato a fare i conti in queste settimane.

“Perché capita che ci si guardi indietro e capita anche di accorgersi che, invece di andare avanti, abbiamo sempre marciato sul posto, affidandoci ai vecchi, rassicuranti stilemi. Capita all’improvviso di trovarsi adulti e di non sentirsi all’altezza. Di dover reagire ‘da grandi’ di fronte ad avvenimenti che ci fanno sentire microscopici. Eppure – sorpresa! – capitano anche i miracoli, esattamente allo stesso modo: quelle gioie improvvise che prendono la pancia e stravolgono il destino. Semplicemente, capita così”. In questo modo Brunori ha presentato il singolo.

É proprio vero!”, penso mentre rifletto sulle sue parole. Capita così, che un giorno ti svegli e ti dicono che non va bene, non puoi e soprattutto non devi muoverti da casa. Capita che da un giorno all’altro ti proibiscono di incontrare chi ami o semplicemente di lasciarti andare in un abbraccio. Capita così, che ti ritrovi chiuso in casa tra domande e bilanci esistenziali, gli stessi bilanci che avevi sempre rimandato ma che adesso bussano prepotentemente alla tue porta e quasi ti soffocano. Capita che per non sprofondare sei costretto a reagire e a riempire di cose futili le giornate che devono pur passare in qualche modo. E poi – sorpresa! – capita così, che nel buio totale arrivano i miracoli, le famose ‘gioie improvvise che prendono la pancia’. Ieri è nato Tommaso. Sul pannolino quella scritta, tanto bella quanto fastidiosa: “Andrà tutto bene!”.

Un sogno è una specie di film…

“Un sogno è una specie di film che avviene nella nostra mente durante la notte, ma può indicare anche una speranza: puoi sognare, per esempio, di fare l’astronauta da grande”. Non so dove mi è capitato di leggere questa cosa tempo fa, ma oggi più che mai riecheggia con forza nella mia mente.

Sia chiaro, la mia unica speranza in questo momento è quella di poter uscire quanto prima da questa casa che assume col passare dei giorni l’aspetto di un carcere. Vedo mamma inventarsi le cose più assurde per far passare il tempo: ieri, per esempio, ha deciso di sperimentare il pane fatto in casa. Lei, mia mamma, che una settimana fa avrebbe trovato difficoltà anche solo nel mescolare la farina con l’acqua, adesso si convince di poter creare e portare in tavola pizze, focacce, pane, gnocchi e così via.

Penso che se ci fosse stata nonna Anna, non avrebbe creduto ai suoi occhi. Me la ricordo il giorno del mio onomastico alzarsi dal letto di buon’ora e prepararmi la torta di biscotti secchi che lei chiamava “Torta di gallette”. Mamma era lì che guardava, penso abbia assistito alla preparazione per anni e mi convinco sempre più che per anni sia rimasta lì vicino a noi solo per farci compagnia, perché la crema, quella buona con la famosa ‘scorza di limone’ non è mai riuscita a farla e credo mai ci riuscirà.

Mentre sorrido ripensando a quei momenti e lo faccio sotto l’occhio vigile di mio fratello, mi ricordo di aver sognato questa notte Maddalena, la mia amica d’infanzia che mi pare di non vedere dal lontano 2000. Me la ricordo lei, mi ricordo i suoi lunghi capelli biondi e mi ricordo sua madre che per tentare di tenerli ordinati passava la prima mezz’ora della giornata a raccoglierli in una treccia francese, per intenderci, una variante della treccia a spina di pesce: elegante, raffinata e bella da vedere. E in effetti erano tanti quelli che da lontano si fermavano per osservarla. Una volta sua mamma si era anche spaventata, quando un automobilista lungo la strada si era addirittura accostato per toccare con mano la bellezza di quella chioma. “Signora, non si preoccupi! Sua figlia ha dei capelli meravigliosi, da lontano sembrano finti”, aveva esclamato quando si era accorto che la donna, vedendogli allungare la mano dal finestrino, aveva tirato a sé la figlia.

Maddalena nel sogno di stanotte era lì, nei luoghi d’infanzia, con la treccia francese che portava con orgoglio. Veniva verso di me, si faceva spazio tra la gente cantando a squarciagola la sua canzone preferita. La sento ancora la sua voce intonare il ritornello di “Blu”: “Sere d’estate dimenticate, c’è un dondolo che dondola… che belle scene di lei che viene da lune piene e si gongola”. Quella canzone, uscita se non sbaglio nell’ottobre del ’98 divenne la colonna sonora dell’estate appena trascorsa e di quella che sarebbe arrivata di lì a pochi mesi.

Ripensando a quegli anni, mi chiedo se Zucchero sia ancora il suo cantante preferito. Chissà se ancora la canta quella canzone, chissà se ascolta le nuove, se lo segue in tour come era solita fare da piccola accompagnata dal padre o se ci pensa a me quando alla radio passa un suo pezzo. No perché io a lei ci ho pensato tanto e forse è anche per questo che l’ho sognata.

Ci ho pensato negli anni e ci penso in questi giorni difficili tutte le volte che Zucchero pubblica il video di un brano del passato. “Canzoni (versioni speciali) per ammazzare… il tempo del Covid-19”, recita la didascalia che accompagna ogni performance. E così sui social in questi giorni si sono alternate versioni inedite di “Cose che già sai”, “Hey man”, “Il suono della domenica”.

Confesso che l’ascolto di quest’ultima ha smosso parecchio il mio animo. “Ho visto gente sola andare via sai, tra le macerie i sogni di chi spera, vai… tu sai di me, io so di te, ma il suono della domenica dov’è”. Ho pensato che Zucchero non lascia niente al caso. “Il suono della domenica” è una dedica speciale al suo paese e ascoltarla in questo momento fa di sicuro un certo effetto.

“Sicuramente non sarà più come prima, tutto cambierà e spero che questi cambiamenti possano servire a cambiare in meglio. Sta andando tutto troppo veloce, il mondo sta andando in una direzione troppo pericolosa. Bisogna fermarsi un po’, che sia il momento di ritrovare dei valori sani e genuini che consentano di ritrovarci”, ha detto qualche giorno fa riferendosi al periodo che stiamo vivendo. Che Zucchero sia sempre stato molto attento al veloce e pericoloso cambiamento lo si evince già da alcune canzoni del passato. Come dimenticare “Per colpa di chi”: un pezzo che racchiude travolgenti sonorità funky e blues, chitarra elettrica, immagini incomprensibili ma allo stesso tempo affascinanti. Sfido chiunque abbia vissuto l’estate del ’95 a non ricordarsi del ‘funky gallo’ o dello ‘zio Rufus che sta coi suoi pensieri in testa, portando in giro la vita a fare la pipì’. Per non parlare poi dei rimandi alle canzoni che hanno fatto la storia della musica: tutti sanno che uno degli assoli è ispirato a “Calling Elvis” dei Dire Straits, mentre l’espressione “Hootchiee cootchiee man” è ripresa da un famoso pezzo blues del ’54 cantato da Muddy Waters. Ciò che colpisce è proprio il messaggio della canzone, quello a cui forse non avevamo mai dato peso e che Zucchero ha tenuto a rimarcare proprio in questi giorni: “Già da ‘Per colpa di chi’ vedevo che la cosa andava in una direzione pericolosa e spero che questo serva per ritrovare certe cose che si sono perse anche, non solo, per colpa nostra. Io sono molto legato alle mie radici, ai valori, alla vita semplice che vivevo da bambino”.

Avete presente i testi delle canzoni? Avete presente quando nei momenti di crisi, soprattutto interiore, sembrano diventare più comprensibili? Ecco, credo che anche le parole pronunciate da una persona diventino più chiare nei momenti difficili. Mi viene in mente Igiaba Scego, la famosa scrittrice italiana di origine somala: “La parola ha un peso. Non è mai leggera, non è mai un arredo. Una volta detta, una parola si fa strada nella mente, produce un pensiero, diventa azione”, diceva in un discorso pubblico tempo fa.

E voi ci pensate a quanti pensieri riescono a produrre le parole in questi giorni? Ci pensate a quanti salti indietro nel tempo stiamo facendo mentre siamo chiusi in casa? E quante sono le cose che pensiamo di poter fare una volta che tutto sarà finito? Abbiamo riscoperto le nostre radici. Chiusi in casa ci ritroviamo ad affrontare le nostre ombre, i nostri lati deboli, consapevoli di non poter scappare. Ora più che mai le parole ‘autentico’, ‘genuino’, ‘semplice’, ‘puro’, risuonano nella mia mente.

Ripenso a Zucchero. Mi ricordo che autentico, genuino e di qualità è stato definito anche il suo ultimo lavoro discografico “D.O.C.”, uscito pochi mesi fa. Lo aveva detto lui: “Musicalmente parlando, c’è stata una grande ricerca sull’elettronica, perché la tecnologia cambia velocemente. Per quanto riguarda i testi, tutto è partito pensando a quello che vedo e che sento nel mondo in questo periodo. Più vado avanti con gli anni, più le mie radici si fanno forti” e poi aveva aggiunto: “Lo chiamano Belpaese, il nostro, ma il problema è che forse lo è stato, l’hanno fatto gli altri prima di noi. Un sogno che ho? Vorrei vedere un mondo più genuino!”.

Rileggo queste dichiarazioni, pare assumano un’altra importanza, proprio come il racconto del ricordo del padre. Ve lo ricordate? Più volte Zucchero ha raccontato che il papà quando arrivava il prete per benedire la casa diceva alla moglie che non lo voleva e lei era costretta a mandarlo via. Ma che poi, una volta malato, lo aveva fatto entrare, si era alzato da tavola e si era fatto il segno della croce con gli occhi lucidi. “Ne fui scioccato! Non so cosa gli sia successo, ma conoscendolo e, potrebbe essere anche il mio caso, avrà pensato ‘Non si sa mai’. A qualcosa bisogna attaccarsi!”, aveva detto
durante un’intervista.

E questo sentimento ricorre in quasi tutte le canzoni dell’ultimo disco, quasi un senso di redenzione. D’altronde libertà e tradizione in Zucchero si incontrano e si scontrano da sempre, come se si inseguissero di continuo e volessero rinnovarsi rimanendo lo stesso. Un sentimento questo che sorprende anche lui: “Rileggendo i testi ho notato che in ogni canzone c’era una luce, un inizio di redenzione che per un ateo come me è mettere in dubbio qualche cosa. O cominciare a farlo”.

E la luce di cui parla Zucchero la ritroviamo soprattutto nel nuovo singolo “La canzone che se ne va” che esce proprio oggi ed è non a caso una canzone di speranza. La canzone, il canto, il cantare insieme, se ci pensiamo, è speranza… lo abbiamo constatato in questi giorni, passati ad organizzare flash-mob con la musica dai balconi e tutti insieme ci siam sentiti meno soli. “La canzone attraversa le case, il telefono, le paure. Resiste oltre le distanze, che spero si riavvicineranno”, ci ricorda Zucchero.

“É vero!”, esclamo ad alta voce, mentre ripenso a Maddalena. Una canzone può avere sull’essere umano un grande potere. Bastano un paio di accordi per iniziare un viaggio nel tempo e per riportare alla mente un ricordo che si credeva dimenticato. A me è bastato un sogno e una canzone di Zucchero per risvegliare il ricordo autentico, semplice e genuino che ho di Maddalena. Quando ho aperto gli occhi, ho spalancato la finestra e ho guardato le montagne, quelle montagne che ci hanno visto crescere. Ho pensato che ci rivedremo, ci parleremo, magari canteremo insieme, rideremo e ci abbracceremo con forza. Ma adesso no, adesso è presto.

Mai avrei immaginato…



Mai avrei immaginato di iniziare a parlare di novità musicali in piena emergenza coronavirus, segregata in casa, con la lampada accesa mentre intorno il resto della famiglia è intenta ad apprendere notizie dallo smartphone circa quello che sta succedendo in Italia e nel mondo

Per un attimo mi tornano alla mente i racconti di nonna Anna. Mi rivedo piccola, nel corridoio di casa sua, lei sulla sedia con le braccia conserte, io per terra con le gambe incrociate che ascolto con gli occhi sgranati di quando lei e la sua famiglia aspettavano con ansia le notizie di guerra vicino alla radio o attraverso l’altoparlante che veniva posizionato in determinati punti nelle campagne. Lo sguardo che aveva nonna mentre si lasciava andare a quei racconti difficili si confonde con quello smarrito dei miei genitori, che in questi giorni pare abbiano meno difficoltà a guardare lo schermo dello smartphone che i nostri volti, quello mio e di mio fratello.

Mi isolo, riordino i pensieri, tento la distrazione pensando al giorno in cui tutti potremo tornare alla vita normale, agli aperitivi, alle serate fuori con gli amici… e poi penso agli abbracci, ai baci e alle strette di mano che fino a qualche settimana fa sembravano insignificanti.

Mi perdo nei pensieri, accendo la radio, provo ad ascoltare un po’ di musica, magari metto in pausa le preoccupazioni ed ecco la voce di Francesca Michielin. La rivedo tra i ricordi del Sanremo del 2016… mi ricordo la stretta di mano, la foto insieme e il video saluti. Lei piccola ma già tanto brava. Quell’anno a Sanremo cantava “Nessun grado di separazione” e si classificò seconda. Lo avevo capito che quella canzone se non avesse vinto avrebbe fatto strada e fu così. Dopo il secondo posto al festival le fu data l’opportunità di rappresentare l’Italia all’Eurovision. “Nessun grado di separazione” in quella occasione diventò “No degree of separation”. Nella mia testa rivivo ancora l’emozione dell’esibizione.

Mentre cerco di ingannare il tempo pensando a tempi migliori, bussano alla porta. È mio fratello, mi chiede: “Facciamo merenda?”. Forse nemmeno me lo aveva mai chiesto. Rimango imbambolata. Avete presente il Grande Fratello che sta andando in onda in questi mesi? Avete presente i pianti e gli sfoghi a cui i protagonisti della casa si lasciano andare di tanto in tanto? Per un attimo mi sento come loro… forse l’isolamento forzato ci rende davvero così vulnerabili e fragili, forse questa brutta avventura ci farà davvero capire quali sono le cose importanti della vita, forse diventeremo davvero persone migliori.

Immersa nei pensieri e nelle supposizioni, mangio un panino e accenno un sorriso, lo stesso sorriso rassicurante che ho visto in questi giorni sui volti degli artisti che hanno deciso di far sentire la loro vicinanza attraverso veri e propri live tenuti tra le loro mura domestiche o nei loro studi di registrazione. Avete sentito parlare della campagna social #iosuonodacasa? “Concerti lontani per stare vicini”, dicono. E l’iniziativa è pure bella, per quanto mi riguarda!

Tra gli artisti c’è anche chi ha deciso di non rimandare e quindi di presentare il suo album online. Mi torna in mente Francesca Michielin. Si ritrova a pubblicare un album, il nuovo, in una situazione insolita che richiede coraggio e di sicuro a lei non manca. Me la ricordo quando ha affermato con fierezza: “Ho 25 anni, se non ho adesso il coraggio di fare delle cose, allora quando?”.

Ed eccolo: esce oggi, 13 marzo, “Feat”, il suo nuovo atteso album. Mi perdo nel titolo, di sicuro molto esplicito: “Feat-Stato di natura”, abbreviazione di featuring, quelli che una volta si chiamavano duetti.

“Ogni volta che fai un disco avverti l’energia del momento. Dopo un album personalissimo, quasi colloquiale, volevo esprimere il senso di collettività e lo stare insieme in un momento di egoismo e prevaricazione in cui sembra che abbia ragione chi urla di più. Un disco collettivo per un momento, non solo questi giorni di coronavirus, ego-riferito”, così ha presentato il nuovo album, svelandone dunque anche l’obiettivo. Ci ho pensato un po’: le sue parole, in questo momento particolare, sembrano avere più potere. Parla di collettività Francesca, dello stare insieme, quasi come avesse previsto già nella fase di scrittura e composizione quello che avremmo vissuto poi, praticamente quello che stiamo vivendo adesso.

Collettività: “pluralità di persone considerate nel loro insieme”, leggo nel vocabolario. E di persone coinvolte nel progetto discografico della Michielin ce ne sono tante, una vera e propria rete di collaborazione. “Ho scelto io chi invitare e su quale brano collaborare e, quasi per tutti, abbiamo fatto session di scrittura insieme. Celebro la diversità che ogni artista porta e cerco attraverso questo incontro-scontro di abbattere i clichè dei generi”.

Sì, perché nel nuovo disco ci sono senz’altro varie sonorità. Troviamo il cantautorato pop di Elisa e Max Gazzè, le diverse scuole rap con Fabri Fibra, Gemitaiz e Shiva, il rock dei Maneskin, il mondo latin di Takagi&Ketra e Fred De Palma, l’indie di Carl Brave, Come_Cose e Giorgio Poi, per non parlare poi del Tommasone nazionale (Tommaso Paradiso).

Non so voi, ma già a leggere la lista mi vien voglia di ascoltarli!… che poi la cosa bella è il gioco tra gli artisti. A detta della Michielin gli artisti si son divertiti a giocare con lei in questa sperimentazione. E quindi già me lo immagino Fabri Fibra cimentarsi in un brano (Monolocale) dalle sonorità R’n’B – Gospel. Ve lo immaginate? Oppure vi immaginate Carl Brave cimentarsi in una cosa che la Michielin definisce “un po’ brasiliana, un po’ jazz, un po’ afro?” . Io proprio no. E son curiosa di vedere cosa combineranno tutti insieme appassionatamente.

Per un attimo mi viene in mente il buon Massimo di Cataldo che in un’intervista mi disse: “Un artista per essere considerato tale deve essere riconoscibile, deve avere una propria identità”. Son d’accordo, in parte. Ma vi immaginate la gioia (almeno per la sottoscritta) di ascoltare un Fabri Fibra ‘versione gospel’ o un ‘Carl Brave afro’? L’artista deve sì essere riconoscibile, ma deve avere anche il coraggio di uscire dalla comfort zone.

E nel nuovo progetto discografico della Michielin gli artisti lo trovano il coraggio, sperimentano e questo non può che farci piacere. In questo disco per esempio, oltre a Fabri Fibra e Carl Brave, c’è Elisa che duetta con la Michielin in un brano dalle sonorità mediterranee, c’è max Gazzè che si cimenta col francese in un pezzo che va ad attingere in qualche modo al folk nostalgico degli anni ’90 e dei primi anni del 2000 e così via.

Oltre alle sonorità, la Michielin stupisce per i temi trattati. 10 in tutto:

  • Amore in più forme ed espressioni;
  • Natura e urbanizzazione;
  • Fidanzati che diventano famosi e non ti cagano più di striscio;
  • Incontro e scontro, spazi aperti e spazi chiusi, violenza verbale;
  • Femminismo e machismo;
  • Filosofia ed ecologia;
  • Patente A e patente B;
  • Giornate di primavera fricchettone a Parco Lambro;
  • Emancipazione;
  • STAR TREK VS STAR WARS.

Mentre le tracce del disco sono 11. Tra queste c’è il nuovo singolo, in duetto con i Maneskin, che esce proprio oggi insieme all’album. Si chiama “Stato di natura”. “È un brano coraggioso, è un brano potente fatto proprio per spiazzare, per far riflettere, perché è un brano che riflette proprio su quelle che sono le potenzialità dell’essere umano, ovvero la comunicazione, la parola, l’umanità”.

La Michielin ancora una volta dimostra di saperci fare: sceglie di presentare l’album con un singolo che in questo particolare momento storico, lancia un forte messaggio contro la violenza verbale e gratuita, anche grazie all’emozionante duetto con Damiano. “Lui da’ la prospettiva da uomo e mi piaceva questa doppia prospettiva, perché in questa battaglia anche femminista gli uomini hanno un ruolo fondamentale”, ha dichiarato.

“Quanta verità!”, penso, ascoltandola mentre parla. Sicuramente in questo momento delicato in cui siamo portati a essere isolati per il nostro bene e per quello degli altri emergono quelli che la Michielin ha definito ‘doni dell’essere umano’: il dono della parola e dell’umanità. La parola perché, pensandoci bene, in questi giorni l’abbiamo usata spesso a sproposito creando confusione e l’umanità che emerge perché siamo isolati e lo facciamo soprattutto per il bene degli altri.

Mi fermo, rifletto e proprio quando i pensieri si preparano a riprendere il sopravvento, la voce di mamma li interrompe e li sotterra definitivamente. “La prepariamo la pizza per stasera?”, mi chiede. La guardo, sorrido, mi alzo dal letto e la seguo.

Mena Tofano