Un sogno è una specie di film…

“Un sogno è una specie di film che avviene nella nostra mente durante la notte, ma può indicare anche una speranza: puoi sognare, per esempio, di fare l’astronauta da grande”. Non so dove mi è capitato di leggere questa cosa tempo fa, ma oggi più che mai riecheggia con forza nella mia mente.

Sia chiaro, la mia unica speranza in questo momento è quella di poter uscire quanto prima da questa casa che assume col passare dei giorni l’aspetto di un carcere. Vedo mamma inventarsi le cose più assurde per far passare il tempo: ieri, per esempio, ha deciso di sperimentare il pane fatto in casa. Lei, mia mamma, che una settimana fa avrebbe trovato difficoltà anche solo nel mescolare la farina con l’acqua, adesso si convince di poter creare e portare in tavola pizze, focacce, pane, gnocchi e così via.

Penso che se ci fosse stata nonna Anna, non avrebbe creduto ai suoi occhi. Me la ricordo il giorno del mio onomastico alzarsi dal letto di buon’ora e prepararmi la torta di biscotti secchi che lei chiamava “Torta di gallette”. Mamma era lì che guardava, penso abbia assistito alla preparazione per anni e mi convinco sempre più che per anni sia rimasta lì vicino a noi solo per farci compagnia, perché la crema, quella buona con la famosa ‘scorza di limone’ non è mai riuscita a farla e credo mai ci riuscirà.

Mentre sorrido ripensando a quei momenti e lo faccio sotto l’occhio vigile di mio fratello, mi ricordo di aver sognato questa notte Maddalena, la mia amica d’infanzia che mi pare di non vedere dal lontano 2000. Me la ricordo lei, mi ricordo i suoi lunghi capelli biondi e mi ricordo sua madre che per tentare di tenerli ordinati passava la prima mezz’ora della giornata a raccoglierli in una treccia francese, per intenderci, una variante della treccia a spina di pesce: elegante, raffinata e bella da vedere. E in effetti erano tanti quelli che da lontano si fermavano per osservarla. Una volta sua mamma si era anche spaventata, quando un automobilista lungo la strada si era addirittura accostato per toccare con mano la bellezza di quella chioma. “Signora, non si preoccupi! Sua figlia ha dei capelli meravigliosi, da lontano sembrano finti”, aveva esclamato quando si era accorto che la donna, vedendogli allungare la mano dal finestrino, aveva tirato a sé la figlia.

Maddalena nel sogno di stanotte era lì, nei luoghi d’infanzia, con la treccia francese che portava con orgoglio. Veniva verso di me, si faceva spazio tra la gente cantando a squarciagola la sua canzone preferita. La sento ancora la sua voce intonare il ritornello di “Blu”: “Sere d’estate dimenticate, c’è un dondolo che dondola… che belle scene di lei che viene da lune piene e si gongola”. Quella canzone, uscita se non sbaglio nell’ottobre del ’98 divenne la colonna sonora dell’estate appena trascorsa e di quella che sarebbe arrivata di lì a pochi mesi.

Ripensando a quegli anni, mi chiedo se Zucchero sia ancora il suo cantante preferito. Chissà se ancora la canta quella canzone, chissà se ascolta le nuove, se lo segue in tour come era solita fare da piccola accompagnata dal padre o se ci pensa a me quando alla radio passa un suo pezzo. No perché io a lei ci ho pensato tanto e forse è anche per questo che l’ho sognata.

Ci ho pensato negli anni e ci penso in questi giorni difficili tutte le volte che Zucchero pubblica il video di un brano del passato. “Canzoni (versioni speciali) per ammazzare… il tempo del Covid-19”, recita la didascalia che accompagna ogni performance. E così sui social in questi giorni si sono alternate versioni inedite di “Cose che già sai”, “Hey man”, “Il suono della domenica”.

Confesso che l’ascolto di quest’ultima ha smosso parecchio il mio animo. “Ho visto gente sola andare via sai, tra le macerie i sogni di chi spera, vai… tu sai di me, io so di te, ma il suono della domenica dov’è”. Ho pensato che Zucchero non lascia niente al caso. “Il suono della domenica” è una dedica speciale al suo paese e ascoltarla in questo momento fa di sicuro un certo effetto.

“Sicuramente non sarà più come prima, tutto cambierà e spero che questi cambiamenti possano servire a cambiare in meglio. Sta andando tutto troppo veloce, il mondo sta andando in una direzione troppo pericolosa. Bisogna fermarsi un po’, che sia il momento di ritrovare dei valori sani e genuini che consentano di ritrovarci”, ha detto qualche giorno fa riferendosi al periodo che stiamo vivendo. Che Zucchero sia sempre stato molto attento al veloce e pericoloso cambiamento lo si evince già da alcune canzoni del passato. Come dimenticare “Per colpa di chi”: un pezzo che racchiude travolgenti sonorità funky e blues, chitarra elettrica, immagini incomprensibili ma allo stesso tempo affascinanti. Sfido chiunque abbia vissuto l’estate del ’95 a non ricordarsi del ‘funky gallo’ o dello ‘zio Rufus che sta coi suoi pensieri in testa, portando in giro la vita a fare la pipì’. Per non parlare poi dei rimandi alle canzoni che hanno fatto la storia della musica: tutti sanno che uno degli assoli è ispirato a “Calling Elvis” dei Dire Straits, mentre l’espressione “Hootchiee cootchiee man” è ripresa da un famoso pezzo blues del ’54 cantato da Muddy Waters. Ciò che colpisce è proprio il messaggio della canzone, quello a cui forse non avevamo mai dato peso e che Zucchero ha tenuto a rimarcare proprio in questi giorni: “Già da ‘Per colpa di chi’ vedevo che la cosa andava in una direzione pericolosa e spero che questo serva per ritrovare certe cose che si sono perse anche, non solo, per colpa nostra. Io sono molto legato alle mie radici, ai valori, alla vita semplice che vivevo da bambino”.

Avete presente i testi delle canzoni? Avete presente quando nei momenti di crisi, soprattutto interiore, sembrano diventare più comprensibili? Ecco, credo che anche le parole pronunciate da una persona diventino più chiare nei momenti difficili. Mi viene in mente Igiaba Scego, la famosa scrittrice italiana di origine somala: “La parola ha un peso. Non è mai leggera, non è mai un arredo. Una volta detta, una parola si fa strada nella mente, produce un pensiero, diventa azione”, diceva in un discorso pubblico tempo fa.

E voi ci pensate a quanti pensieri riescono a produrre le parole in questi giorni? Ci pensate a quanti salti indietro nel tempo stiamo facendo mentre siamo chiusi in casa? E quante sono le cose che pensiamo di poter fare una volta che tutto sarà finito? Abbiamo riscoperto le nostre radici. Chiusi in casa ci ritroviamo ad affrontare le nostre ombre, i nostri lati deboli, consapevoli di non poter scappare. Ora più che mai le parole ‘autentico’, ‘genuino’, ‘semplice’, ‘puro’, risuonano nella mia mente.

Ripenso a Zucchero. Mi ricordo che autentico, genuino e di qualità è stato definito anche il suo ultimo lavoro discografico “D.O.C.”, uscito pochi mesi fa. Lo aveva detto lui: “Musicalmente parlando, c’è stata una grande ricerca sull’elettronica, perché la tecnologia cambia velocemente. Per quanto riguarda i testi, tutto è partito pensando a quello che vedo e che sento nel mondo in questo periodo. Più vado avanti con gli anni, più le mie radici si fanno forti” e poi aveva aggiunto: “Lo chiamano Belpaese, il nostro, ma il problema è che forse lo è stato, l’hanno fatto gli altri prima di noi. Un sogno che ho? Vorrei vedere un mondo più genuino!”.

Rileggo queste dichiarazioni, pare assumano un’altra importanza, proprio come il racconto del ricordo del padre. Ve lo ricordate? Più volte Zucchero ha raccontato che il papà quando arrivava il prete per benedire la casa diceva alla moglie che non lo voleva e lei era costretta a mandarlo via. Ma che poi, una volta malato, lo aveva fatto entrare, si era alzato da tavola e si era fatto il segno della croce con gli occhi lucidi. “Ne fui scioccato! Non so cosa gli sia successo, ma conoscendolo e, potrebbe essere anche il mio caso, avrà pensato ‘Non si sa mai’. A qualcosa bisogna attaccarsi!”, aveva detto
durante un’intervista.

E questo sentimento ricorre in quasi tutte le canzoni dell’ultimo disco, quasi un senso di redenzione. D’altronde libertà e tradizione in Zucchero si incontrano e si scontrano da sempre, come se si inseguissero di continuo e volessero rinnovarsi rimanendo lo stesso. Un sentimento questo che sorprende anche lui: “Rileggendo i testi ho notato che in ogni canzone c’era una luce, un inizio di redenzione che per un ateo come me è mettere in dubbio qualche cosa. O cominciare a farlo”.

E la luce di cui parla Zucchero la ritroviamo soprattutto nel nuovo singolo “La canzone che se ne va” che esce proprio oggi ed è non a caso una canzone di speranza. La canzone, il canto, il cantare insieme, se ci pensiamo, è speranza… lo abbiamo constatato in questi giorni, passati ad organizzare flash-mob con la musica dai balconi e tutti insieme ci siam sentiti meno soli. “La canzone attraversa le case, il telefono, le paure. Resiste oltre le distanze, che spero si riavvicineranno”, ci ricorda Zucchero.

“É vero!”, esclamo ad alta voce, mentre ripenso a Maddalena. Una canzone può avere sull’essere umano un grande potere. Bastano un paio di accordi per iniziare un viaggio nel tempo e per riportare alla mente un ricordo che si credeva dimenticato. A me è bastato un sogno e una canzone di Zucchero per risvegliare il ricordo autentico, semplice e genuino che ho di Maddalena. Quando ho aperto gli occhi, ho spalancato la finestra e ho guardato le montagne, quelle montagne che ci hanno visto crescere. Ho pensato che ci rivedremo, ci parleremo, magari canteremo insieme, rideremo e ci abbracceremo con forza. Ma adesso no, adesso è presto.

Mai avrei immaginato…



Mai avrei immaginato di iniziare a parlare di novità musicali in piena emergenza coronavirus, segregata in casa, con la lampada accesa mentre intorno il resto della famiglia è intenta ad apprendere notizie dallo smartphone circa quello che sta succedendo in Italia e nel mondo

Per un attimo mi tornano alla mente i racconti di nonna Anna. Mi rivedo piccola, nel corridoio di casa sua, lei sulla sedia con le braccia conserte, io per terra con le gambe incrociate che ascolto con gli occhi sgranati di quando lei e la sua famiglia aspettavano con ansia le notizie di guerra vicino alla radio o attraverso l’altoparlante che veniva posizionato in determinati punti nelle campagne. Lo sguardo che aveva nonna mentre si lasciava andare a quei racconti difficili si confonde con quello smarrito dei miei genitori, che in questi giorni pare abbiano meno difficoltà a guardare lo schermo dello smartphone che i nostri volti, quello mio e di mio fratello.

Mi isolo, riordino i pensieri, tento la distrazione pensando al giorno in cui tutti potremo tornare alla vita normale, agli aperitivi, alle serate fuori con gli amici… e poi penso agli abbracci, ai baci e alle strette di mano che fino a qualche settimana fa sembravano insignificanti.

Mi perdo nei pensieri, accendo la radio, provo ad ascoltare un po’ di musica, magari metto in pausa le preoccupazioni ed ecco la voce di Francesca Michielin. La rivedo tra i ricordi del Sanremo del 2016… mi ricordo la stretta di mano, la foto insieme e il video saluti. Lei piccola ma già tanto brava. Quell’anno a Sanremo cantava “Nessun grado di separazione” e si classificò seconda. Lo avevo capito che quella canzone se non avesse vinto avrebbe fatto strada e fu così. Dopo il secondo posto al festival le fu data l’opportunità di rappresentare l’Italia all’Eurovision. “Nessun grado di separazione” in quella occasione diventò “No degree of separation”. Nella mia testa rivivo ancora l’emozione dell’esibizione.

Mentre cerco di ingannare il tempo pensando a tempi migliori, bussano alla porta. È mio fratello, mi chiede: “Facciamo merenda?”. Forse nemmeno me lo aveva mai chiesto. Rimango imbambolata. Avete presente il Grande Fratello che sta andando in onda in questi mesi? Avete presente i pianti e gli sfoghi a cui i protagonisti della casa si lasciano andare di tanto in tanto? Per un attimo mi sento come loro… forse l’isolamento forzato ci rende davvero così vulnerabili e fragili, forse questa brutta avventura ci farà davvero capire quali sono le cose importanti della vita, forse diventeremo davvero persone migliori.

Immersa nei pensieri e nelle supposizioni, mangio un panino e accenno un sorriso, lo stesso sorriso rassicurante che ho visto in questi giorni sui volti degli artisti che hanno deciso di far sentire la loro vicinanza attraverso veri e propri live tenuti tra le loro mura domestiche o nei loro studi di registrazione. Avete sentito parlare della campagna social #iosuonodacasa? “Concerti lontani per stare vicini”, dicono. E l’iniziativa è pure bella, per quanto mi riguarda!

Tra gli artisti c’è anche chi ha deciso di non rimandare e quindi di presentare il suo album online. Mi torna in mente Francesca Michielin. Si ritrova a pubblicare un album, il nuovo, in una situazione insolita che richiede coraggio e di sicuro a lei non manca. Me la ricordo quando ha affermato con fierezza: “Ho 25 anni, se non ho adesso il coraggio di fare delle cose, allora quando?”.

Ed eccolo: esce oggi, 13 marzo, “Feat”, il suo nuovo atteso album. Mi perdo nel titolo, di sicuro molto esplicito: “Feat-Stato di natura”, abbreviazione di featuring, quelli che una volta si chiamavano duetti.

“Ogni volta che fai un disco avverti l’energia del momento. Dopo un album personalissimo, quasi colloquiale, volevo esprimere il senso di collettività e lo stare insieme in un momento di egoismo e prevaricazione in cui sembra che abbia ragione chi urla di più. Un disco collettivo per un momento, non solo questi giorni di coronavirus, ego-riferito”, così ha presentato il nuovo album, svelandone dunque anche l’obiettivo. Ci ho pensato un po’: le sue parole, in questo momento particolare, sembrano avere più potere. Parla di collettività Francesca, dello stare insieme, quasi come avesse previsto già nella fase di scrittura e composizione quello che avremmo vissuto poi, praticamente quello che stiamo vivendo adesso.

Collettività: “pluralità di persone considerate nel loro insieme”, leggo nel vocabolario. E di persone coinvolte nel progetto discografico della Michielin ce ne sono tante, una vera e propria rete di collaborazione. “Ho scelto io chi invitare e su quale brano collaborare e, quasi per tutti, abbiamo fatto session di scrittura insieme. Celebro la diversità che ogni artista porta e cerco attraverso questo incontro-scontro di abbattere i clichè dei generi”.

Sì, perché nel nuovo disco ci sono senz’altro varie sonorità. Troviamo il cantautorato pop di Elisa e Max Gazzè, le diverse scuole rap con Fabri Fibra, Gemitaiz e Shiva, il rock dei Maneskin, il mondo latin di Takagi&Ketra e Fred De Palma, l’indie di Carl Brave, Come_Cose e Giorgio Poi, per non parlare poi del Tommasone nazionale (Tommaso Paradiso).

Non so voi, ma già a leggere la lista mi vien voglia di ascoltarli!… che poi la cosa bella è il gioco tra gli artisti. A detta della Michielin gli artisti si son divertiti a giocare con lei in questa sperimentazione. E quindi già me lo immagino Fabri Fibra cimentarsi in un brano (Monolocale) dalle sonorità R’n’B – Gospel. Ve lo immaginate? Oppure vi immaginate Carl Brave cimentarsi in una cosa che la Michielin definisce “un po’ brasiliana, un po’ jazz, un po’ afro?” . Io proprio no. E son curiosa di vedere cosa combineranno tutti insieme appassionatamente.

Per un attimo mi viene in mente il buon Massimo di Cataldo che in un’intervista mi disse: “Un artista per essere considerato tale deve essere riconoscibile, deve avere una propria identità”. Son d’accordo, in parte. Ma vi immaginate la gioia (almeno per la sottoscritta) di ascoltare un Fabri Fibra ‘versione gospel’ o un ‘Carl Brave afro’? L’artista deve sì essere riconoscibile, ma deve avere anche il coraggio di uscire dalla comfort zone.

E nel nuovo progetto discografico della Michielin gli artisti lo trovano il coraggio, sperimentano e questo non può che farci piacere. In questo disco per esempio, oltre a Fabri Fibra e Carl Brave, c’è Elisa che duetta con la Michielin in un brano dalle sonorità mediterranee, c’è max Gazzè che si cimenta col francese in un pezzo che va ad attingere in qualche modo al folk nostalgico degli anni ’90 e dei primi anni del 2000 e così via.

Oltre alle sonorità, la Michielin stupisce per i temi trattati. 10 in tutto:

  • Amore in più forme ed espressioni;
  • Natura e urbanizzazione;
  • Fidanzati che diventano famosi e non ti cagano più di striscio;
  • Incontro e scontro, spazi aperti e spazi chiusi, violenza verbale;
  • Femminismo e machismo;
  • Filosofia ed ecologia;
  • Patente A e patente B;
  • Giornate di primavera fricchettone a Parco Lambro;
  • Emancipazione;
  • STAR TREK VS STAR WARS.

Mentre le tracce del disco sono 11. Tra queste c’è il nuovo singolo, in duetto con i Maneskin, che esce proprio oggi insieme all’album. Si chiama “Stato di natura”. “È un brano coraggioso, è un brano potente fatto proprio per spiazzare, per far riflettere, perché è un brano che riflette proprio su quelle che sono le potenzialità dell’essere umano, ovvero la comunicazione, la parola, l’umanità”.

La Michielin ancora una volta dimostra di saperci fare: sceglie di presentare l’album con un singolo che in questo particolare momento storico, lancia un forte messaggio contro la violenza verbale e gratuita, anche grazie all’emozionante duetto con Damiano. “Lui da’ la prospettiva da uomo e mi piaceva questa doppia prospettiva, perché in questa battaglia anche femminista gli uomini hanno un ruolo fondamentale”, ha dichiarato.

“Quanta verità!”, penso, ascoltandola mentre parla. Sicuramente in questo momento delicato in cui siamo portati a essere isolati per il nostro bene e per quello degli altri emergono quelli che la Michielin ha definito ‘doni dell’essere umano’: il dono della parola e dell’umanità. La parola perché, pensandoci bene, in questi giorni l’abbiamo usata spesso a sproposito creando confusione e l’umanità che emerge perché siamo isolati e lo facciamo soprattutto per il bene degli altri.

Mi fermo, rifletto e proprio quando i pensieri si preparano a riprendere il sopravvento, la voce di mamma li interrompe e li sotterra definitivamente. “La prepariamo la pizza per stasera?”, mi chiede. La guardo, sorrido, mi alzo dal letto e la seguo.

Mena Tofano