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“Eravamo felici e non lo sapevamo”. Quante volte in questi giorni avete sentito questa frase o quante volte nella vostra mente ve lo siete detti. Eravamo felici perché eravamo liberi di passeggiare all’aria aperta. Eravamo felici perché, liberi, potevamo condividere una pizza con gli amici. Eravamo felici perché potevamo festeggiare ogni ricorrenza coi nostri cari. Eravamo felici perché potevamo circolare col carrello tra le file al supermercato liberamente. Eravamo felici per gli abbracci, i baci, le notti passate fuori casa, i caffè usati come scusa per incontrarci, le feste, i viaggi, le risate al lavoro. Eravamo felici perché semplicemente eravamo liberi. “Il segreto della felicità è la libertà”, diceva Carrie Jones e noi tristemente lo abbiamo capito solo oggi.

É proprio vero, capisci l’importanza di una cosa solo quando l’hai persa. Vale per le persone e, mi rendo conto adesso, vale anche per un concetto astratto, la libertà. “Libertà”… uno dei concetti più acclamati e venerati della società occidentale contemporanea, valore assoluto della vita umana, meritevole di salvaguardia ad ogni costo.

E noi questa libertà non siamo riusciti a salvaguardarla. Ci è stata sottratta, negata con la forza, per il nostro bene, ovvio, ma ci fa male e soprattutto ci fa rabbia. A me fa male non potermi recare a lavoro e dare il mio contributo come vorrei. Mi fa male non poter accompagnare mamma al supermercato e decidere insieme, con calma, tra gli scaffali cosa cucinare per cena. Mi fa male non poter abbracciare un’amica o non poterla invitare per un caffè. Mi fa male non poter organizzare un viaggio o un semplice sabato sera fuori. Questa libertà negata mi fa male… e mi fa rabbia.

Mi fa rabbia non averle dato importanza prima, di averla sottovalutata. Mi fa rabbia pensare che ci sia stata sottratta a causa di un mostro invisibile e mi fa ancora più rabbia pensare che il mostro invisibile si stia prendendo allegramente gioco di noi, delle nostre vite. E penso a chi soffre, a chi non può vedere i propri cari, a chi respira a fatica e a chi il respiro lo perde quando prova a pensare all’amico o al parente isolato in una stanza d’ospedale.

Sì, eravamo felici e non lo sapevamo. Un pensiero tanto vero quanto fastidioso. Come fastidiosa risuona in questi giorni l’espressione “andrà tutto bene”. La tv non fa che ripeterlo: gli spot ci elencano le regole da seguire e alla fine ci piazzano il famoso “se le seguite tutti, andrà tutto bene”. I presentatori ce lo ricordano minimo venti volte durante tutto un programma. Il Presidente del Consiglio lo piazza a chiusura di quasi
tutti i suoi discorsi pubblici. L’hashtag #andràtuttobene poi, correda il 90% dei post che leggiamo sui social.

Anche noi, ormai in automatico, tendiamo a chiudere i discorsi col celebre
“andrà tutto bene”, quasi a voler convincere noi stessi che prima o poi le cose cominceranno ad andare nel verso giusto. La stessa zia Rosetta l’altro giorno dopo avermi parlato drammaticamente di tutti i suoi problemi e di tutte quante le sue preoccupazioni, mi chiude la videochiamata dicendomi inaspettatamente “andrà tutto bene”. Per non parlare di mio padre, pronto a ripeterlo ogni volta che io e mio fratello proviamo a svelargli le nostre paure, per ciò che stiamo vivendo e per quello che andremo ad affrontare dopo.

La musica poi rincara la dose. Gli artisti in queste settimane corredano le loro performance casalinghe con le solite frasi ad effetto. Mi è capitato per esempio di guardare l’omaggio che Patti Smith ha fatto all’Italia e in particolar modo alla città di Milano. Sapete cosa diceva la figlia Jesse nel video prima dell’esibizione con la madre? “Italia andrà tutto bene, Milano andrà tutto bene”.

E anche gli artisti italiani sono lì, pronti a ricordarci che possiamo stare
tranquilli, che andrà tutto bene. Penso che Brunori Sas ci ha scritto anche una canzone mesi fa con la celebre frase “andrà tutto bene” e la radio in questi giorni pare addirittura si diverta a passarla di tanto in tanto: “Vedrai che andrà bene, andrà tutto bene. Tu devi solo metterti a camminare, raggiungere la cima di montagne nuove”. Quante volte l’abbiamo cantata e quante volte la stiamo cantando in questi giorni. Per me è ormai un vero e proprio aiuto morale, non potrei farne a meno.

Pensandoci, ‘Al di là dell’amore’, questo il nome della canzone, parte da una
riflessione sociale e continua interrogandosi su ciò che pensiamo sia bene e ciò che pensiamo sia male. É un canto etico e poetico a tre voci che vede l’alternarsi di vari stati d’animo. Quindi se nella prima parte ad emergere sono parole di amarezza, disincanto, rimpianto, lo stesso non si può dire per il ritornello: l’invito è quello di lavorare su se stessi, di guardare le cose da un’altra prospettiva.

Ecco, le canzoni ci conoscono e in questi giorni sembrano volerci indicare il
cammino. É come se l’artista nel momento di scrittura e composizione fosse già a conoscenza di quello che sarebbe accaduto di lì a pochi mesi. Ho provato questa sensazione con la Michielin qualche settimana fa e provo lo stesso adesso con Brunori Sas.

‘Al di là dell’amore’ sembra il vestito cucito su misura su ognuno di noi. Sfido chiunque in questo momento a non provare amarezza, paura, rimpianto. Sono settimane difficili e lo sappiamo tutti. Allo stesso tempo però sfido chiunque a non sentire dentro di sé la speranza, la fiducia e soprattutto la voglia di tornare com’eravamo un tempo, anzi meglio di com’eravamo un tempo. É un lavoro di introspezione, un continuo alternarsi di stati d’animo che adesso non possiamo comprendere ma che in futuro gioverà alle nostre vite. Almeno questo è quello che ci fanno credere ed io ci provo, ho bisogno di credere.

Mi chiedo se anche Brunori Sas sia fiducioso o per lo meno se lo sia fino in fondo in questi giorni. Chissà come lo sta affrontando questo momento e soprattutto come si è sentito quando qualche giorno fa si è trovato costretto a rinviare il tour, quel tour a cui stava lavorando da tempo e che aveva annunciato insieme all’album ‘Cip’. Me lo ricordo l’entusiasmo con cui aveva presentato il disco: “É come se con questo nuovo disco tornassi al primo. Però dopo aver fatto un percorso. Ci rivedo molto dello spirito
con il quale ho scritto l’album di ‘Guardia 82’. Quello che forse è cambiato veramente tanto è il tono. In ‘Cip’ c’è un tono diverso rispetto alle origini. Io ho sentito di trattare gli argomenti con un approccio più pacifico ed è forse un disco anche della mia età”.

Ciò che mi era piaciuto e che mi aveva particolarmente colpita era la potenza del disco, il cui obiettivo, riconoscibile fin da subito, era semplicemente quello di dar spazio all’immaginazione. Non è un caso se Brunori ha scelto proprio un’onomatopea, un suono semplice e diretto, come titolo del suo album. Un modo per arrivare a tutti perché, come ha tenuto a precisare in un’intervista, “le parole non sono il fine ma il
mezzo”
. ‘Cip’ è un disco in cui molti pensieri sono impressi nei testi, mentre altri non sono percettibili nell’immediato, ma arrivano piano piano, magari dopo aver ascoltato più volte le canzoni che lo compongono. D’altronde ricordo che lo stesso Brunori tempo fa ha affermato: “Ho lavorato molto sul non detto, liberandomi dalla ricerca della parola”. Ci sono quindi brani sinceri e quasi spudorati come ‘Per due che come noi’, un inno all’amore capace di resistere al tempo e ai problemi che si possono incontrare nelle lunghe relazioni… una vera e propria ode per la sua dolce metà Simona
con cui è legato da un amore lungo oltre vent’anni. E ci sono poi pezzi, potremmo dire, più “pubblici” come ‘Il mondo si divide’, ‘Fuori dal mondo’ e ‘Anche senza di noi’ che, oltre ad affrontare temi importanti, confermano l’originalità con cui Brunori tratta quello che succede nella quotidianità. “Canzoni d’amore, nelle sue diverse inclinazioni, da quello di coppia a quello familiare, sino all’amore ideale, forse utopistico. Quelle di
buona volontà, di tenerezza ma anche di difficoltà, di pazienza, di denti stretti per tenere in piedi le cose”
: questo dunque il succo del disco che Brunori ha tenuto a precisare mesi fa.

‘Cip’ per me è stato fin da subito un soffio di primavera, già dal primo ascolto a gennaio, quando è uscito, nel bel mezzo dell’inverno. E l’ascolto di questo disco in questi giorni penso possa sciogliere, almeno in parte, il gelo che ci portiamo dentro. Noi, chiusi in casa, tra paure, bilanci e una primavera che stenta ad arrivare.

Ed è proprio di bilanci che parla il nuovo singolo di Brunori Sas, un singolo che esce oggi e che sembra sia stato scelto da lui apposta. ‘Capita così’, questo il titolo, è un grido di sfogo e di gioia, leggero ma potentissimo, un pezzo che, ascoltato in questi giorni, ha su di noi di sicuro un forte impatto. Mi è bastato leggere l’incipit del testo per sentirmi ancora più impotente: “Capita così, che un bel giorno ti guardi allo specchio e ti trovi più vecchio, di parecchio”. Con una potenza disarmante, da pugni chiusi e lacrime agli occhi, ‘Capita così’ ci mette davanti ai bilanci, quelli dei risultati raggiunti e
quelli per cui ci si sente minuscoli: gli anni che passano, i cambiamenti, il crederci nonostante tutto e soprattutto l’imprevedibilità della vita, l’imprevedibilità con cui tutti noi abbiamo imparato a fare i conti in queste settimane.

“Perché capita che ci si guardi indietro e capita anche di accorgersi che, invece di andare avanti, abbiamo sempre marciato sul posto, affidandoci ai vecchi, rassicuranti stilemi. Capita all’improvviso di trovarsi adulti e di non sentirsi all’altezza. Di dover reagire ‘da grandi’ di fronte ad avvenimenti che ci fanno sentire microscopici. Eppure – sorpresa! – capitano anche i miracoli, esattamente allo stesso modo: quelle gioie improvvise che prendono la pancia e stravolgono il destino. Semplicemente, capita così”. In questo modo Brunori ha presentato il singolo.

É proprio vero!”, penso mentre rifletto sulle sue parole. Capita così, che un giorno ti svegli e ti dicono che non va bene, non puoi e soprattutto non devi muoverti da casa. Capita che da un giorno all’altro ti proibiscono di incontrare chi ami o semplicemente di lasciarti andare in un abbraccio. Capita così, che ti ritrovi chiuso in casa tra domande e bilanci esistenziali, gli stessi bilanci che avevi sempre rimandato ma che adesso bussano prepotentemente alla tue porta e quasi ti soffocano. Capita che per non sprofondare sei costretto a reagire e a riempire di cose futili le giornate che devono pur passare in qualche modo. E poi – sorpresa! – capita così, che nel buio totale arrivano i miracoli, le famose ‘gioie improvvise che prendono la pancia’. Ieri è nato Tommaso. Sul pannolino quella scritta, tanto bella quanto fastidiosa: “Andrà tutto bene!”.