Pensate ad una quarantena senza musica… e se avesse suonato il silenzio?

Questi sono stati i mesi in cui la visione del tempo, quella che eravamo abituati ad avere, è cambiata per forza maggiore. Mai forse siamo stati così padroni delle nostre ore e, contemporaneamente, così legati ad un contesto ambientale limitato, con possibilità limitate.

Indipendentemente dai gusti, una cosa che sicuramente abbiamo fatto tutti è ascoltare musica.

Molti hanno ascoltato la radio, altri i dischi che avevano in casa, o rispolverato vecchi vinili; altri ancora hanno assistito a dirette di sessioni acustiche, avuto accesso alle piattaforme digitali, al Web.

La musica è dappertutto.

Oramai ci basta un click per ascoltare tutto quello che ci va. È così presente nelle nostre vite che, quasi automaticamente, la diamo per scontata.

Eppure ci sono centinaia di migliaia di persone solo in Italia che lavorano per creare dal nulla quei dischi, suonarli, produrli, distribuirli sulle piattaforme, fare entrare con comodità la musica nelle nostre case, nelle nostre auto, ancora per fare esibire il nostro artista del cuore su un palco (cosa di cui i più affezionati sentono molto la mancanza di questi tempi, e che ci si augura di poter tornare a fare il prima possibile).

Quello del 2020 è stato un primo maggio fuori da ogni aspettativa, come tutto quest’ultimo periodo.

In questo giorno ho deciso di puntare i riflettori sui lavoratori del settore dello spettacolo, una delle classi di lavoratori meno tutelate in questo periodo così delicato per tutti.

Sono tantissimi i lavoratori che girano intorno ad un artista o ad una band, tanto che quello a cui assistiamo non è altro che la punta dell’iceberg di una macchina perfetta . Ci hanno sempre detto di amare il nostro lavoro, perché in questo modo non lo avremo mai percepito come tale.

Lo sa bene chi lavora in quest’ambito, sa bene cosa vuole dire avere passione per un lavoro che troppo spesso non viene percepito come tale, nell’immaginario comune ma anche, purtroppo, legalmente.


Ne ho parlato in questa  puntata speciale della mia trasmissione #thepassenger insieme a diversi lavoratori dell’ambito: Massimo De Vita, Lelio Morra, Pellegrino, Ennio Mirra, Vincenzo Toscano. Produttori, cantautori, organizzatori di eventi. Abbiamo insieme cercato di trovare spunti comuni, e ne ho parlato con Ferdinando Tozzi, Avvocato specializzato in  diritti d’autore e che si sta battendo per una legge che faccia da ponte tra le risorse umane campane e l’industria musicale italiana.

Una legge che tuteli una volta per tutte i lavoratori dell’industria dello spettacolo, che potrebbe essere un primo passo ed una piccola rivoluzione.

Ho raggruppato tutti i podcast degli interventi in questa playlist.

Ringrazio ancora chi è intervenuto per la partecipazione e la passione che mette nel suo lavoro, augurandomi che come tale (e quanto prima) venga riconosciuto a tutti gli effetti.

Vi lascio al podcast.

L’angolo vintage – i tormentoni estivi

Iniziano ad alzarsi le temperature, le giornate si allungano ed il pensiero va all’estate.

Certo, in questi giorni d’esilio forzato, mi sono spesso chiesta come potrà mai essere questa estate… difficile legarla alla spensieratezza  della chiusura delle scuole, delle passeggiate all’aperto o delle giornate di mare.

Però, nell’angolo vintage, ci è concesso tornare indietro con la mente e quindi ci facciamo trasportare dalla musica a qualche estate fa.

Un modo perfetto per ripercorrere l’estate è quello di identificarla con una canzone, il classico Tormentone, che ogni anno si sente ininterrottamente dalle radio, nei locali e sulle spiagge.

Ho l’imbarazzo della scelta nella scelta delle canzoni perché, lavorando in radio, ho avuto modo di fissarle nella mente ogni anno e quindi anche di legarle a dei ricordi belli delle mie Estati.

  • Anni ‘70, quando bambina andavo al mare con la famiglia, facevamo i pendolari, e la giornata passava tutta tra mare e ombrellone. La musica, legata al viaggio in macchina, che suonava dall’autoradio di papà con le Stereo8. Era il 1978 quando Julio Iglesias (padre di Enrique che ha continuato a “tormentare” le nostre estati) cantava “Pensami” o “Sono un pirata, sono un signore”;
  • Anni ‘80, ricordo i Righeira che erano il duo estivo per eccellenza. Il tormentone che mi ha “tormentato” di più è stato quello del 1986 “L’estate sta finendo” che accompagnava i miei pomeriggi e sere d’estate con gli amici nei bar, con un gelato tra le mani, seduti intorno ad un jukebox che, almeno 1 volta su 3, suonava questa canzone;
  • Anni ‘90, quando l’estate era fatta di serate e notti trascorse in discoteca a suonare o a ballare. Uno di quei tormentoni che non mi stancavo mai far girare era “What is love” di Haddaway nel 1993.

La bellezza della musica è proprio questa, quella di fissarsi come colonna sonora ai nostri ricordi e così, anche dopo anni, ci permette di ritrovarli quando, improvvisamente, ci capita di riascoltare. Accende una luce su un ricordo, magari incastrato tra i cassetti bui della memoria e ci illumina il volto con un sorriso, ed un po’ di colore, anche in giorni come questi, un po’ tristi e grigi.

Ed ora, regalatemi un ricordo…qual è il Tormentone Estivo che lo accompagna?

L’angolo vintage: il Penny

Dopo giorni di “esilio” forzato, un modo per distrarsi, oltre a viaggiare con la fantasia, è quello di soffermarsi sui propri ricordi.

Tra sfide su Facebook e foto in bianco e nero cercavo nella mia memoria qualcosa di simile, vissuto da bambina o ragazzina e uno dei ricordi di “esilio” forzato è quello della Parotite.

Era la fine degli anni 70, io piccola e vivace, dopo i primi giorni di abbattimento per la febbre ed il dolore all’orecchio, cominciava a pesarmi la solitudine.

Mia mamma che, dopo mille raccomandazioni, si cotonava e laccava i capelli per scendere a fare la spesa ed io sola a giocare con le proibitissime macchinine telecomandate della pista PlayMobil di mio fratello e con la Barbie Superstar che ci aveva, rispettivamente, portato la Befana.

Le giornate non passavano mai ma, la fantasia era tanta quindi, in assenza di febbre, mi affacciavo al balcone della stanza da letto, che era confinante con il balcone della sala da pranzo della mia vicina, e insieme ci davamo ai festival canori. Con un cucchiaio di legno tra le mani ed il fantastico PENNY Rosso da supporto musicale ci esibivamo per un’ignara platea di auto in transito sullo stradone principale della nostra città.

Il PENNY era un fantastico mangiadischi portatile (antenato di quello che è diventato compagno indispensabile della mia adolescenza, il walkman) . Nato negli anni ’60 è stato riproposto nel 1975 in questa versione giocosa e colorata (giallo, arancione, rosso, blu, verde). C’erano grandi buchi sulla parte superiore dell’altoparlante ed il motore si spegneva automaticamente alla fine della canzone.

Con il PENNY, una valigetta di 45 giri e una serie di pile (torcia) di scorta si poteva condividere la musica facilmente, ascoltarla, cantarla o ballarla. Noi bambini degli anni ’70 ascoltavamo soprattutto le sigle dei nostri cartoni animati preferiti. Tanti PENNY nel 1978 hanno suonato e risuonato la sigla di “Heidi” che è stato il 45 giri più venduto di quell’anno.  

Beh, sappiamo tutti che ascoltare la nostra Musica preferita ci aiuta a rilassarci, a superare l’ansia e lo stress, a conciliare il sonno la sera e persino a sopportare un dispiacere. C’è una canzone del 1976  che dice così;

“To live without my music (vivere senza la mia musica)

Would be impossible to do (sarebbe impossibile)

‘Cause in this world of truubles (perché in questo mondo di guai)

My Music pulls me trough” (La mia musica mi sostiene)

                                                                 (Music – John Miles)

Ed allora, accendiamo il nostro supporto preferito (giradischi, walkman, lettore cd, ipod, lettore mp3, etc.) ed ascoltiamo la nostra musica preferita! In questo momento di distanza sociale, lasciamoci fare una carezza dalle note della nostra amica di sempre.

A cura di Grazia D’Avino

Gli attacchi di panico

Molteplici i mali psicologici del secolo.
Potrei annoverare i disturbi alimentari, i disturbi dell’umore come la depressione , i famosissimi disturbi d’ansia.
Chi di noi non si è mai percepito ansioso e chi non ha mai sentito citare da
un’amica, una collega di lavoro, una sorella il termine attacco di panico?
Ma cosa è esattamente l’attacco di panico?
L’attacco di panico rappresenta sicuramente solo una delle molteplici forme di ansia e sicuramente quella più abusata. Potrei citare fobie, disturbi ossessivo –compulsivi e tanti altri, ma l’attacco di panico è oramai diventato il disturbo d’ansia più noto.
Il mio articolo si erge dalla volontà di voler sfatare miti e credenze riguardo ad una patologia troppo citata , ma molto poco conosciuta.

L’attacco di panico  si manifesta come un grave e passeggero stato d’ansia la cui intensità tende ad essere crescente. Tanti , anzi troppi i dubbi da risolvere su questo tema e per questo proverò a farlo sistematizzando i vostri quesiti più frequenti e dando una risposta chiara e fruibile anche per i non esperti del settore.

Qual’è la durata e quale la sintomatologia dell’attacco di panico?
La sua durata si aggira intorno ai dieci minuti e la sintomatologia prevede:
palpitazione, tachicardia, tremore, senso di irrealtà , depersonalizzazione,
derealizzazione. Comporta  vissuti drammatici e catastrofici tanto da far credere a chi lo sta vivendo di stare per morire , attribuendo quella medesima sintomatologia ad un attacco di cuore.

Quali i sintomi che ricorrono più frequentemente?
Le persone riportano frequentemente :tremore, sudorazione, palpitazione
pensieri affollati nella mente sensazione di non riuscire a respirare , perdita
di controllo,

…..E le cause?
Non vi sono cause assolute , ma sicuramente fattori correlati di tipo psicologico, relazionale e sociale che fanno da correlato agli attacchi di panico. Sicuramente lo stress e talune caratteristiche della personalità   sono fattori che inficiano nella crisi di panico. Non possiamo di certo negare che le crisi di panico e i disturbi d’ansia in generale siano tipici di individui con poca autostima, con un Sé fragile e un senso di autoefficacia quasi assente. Ma non vi sono cause lineari causa-effetto, ma solo
correlati che incidono su un disturbo che sembra accomunare tantissime persone.
Se l’ansia rappresenta un sentimento penoso verso un qualcosa che non conosciamo, che temiamo che accada e che non ci sentiamo in grado di affrontare, sicuramente l’attacco di panico rappresenta una delle sue massime espressioni sintomatologiche.

Cosa è l’ansia?
L’ansia può essere definita come uno stato penoso e non gradevole di
preoccupazione o di attesa di un pericolo non definito, diverso quindi da altri stati psicologici dove il pericolo è invece  definito o concreto. Tra le sue massime espressione vi è proprio l’attacco di panico . Il minimo comundenominatore di chi afferma di vivere gli attacchi di panico è sicuramente questa sensazione di perdita di controllo , di impazzire e di morire.

Se conosco i sintomi posso guarire?
Conoscerne i sintomi ed esserne consapevoli talvolta non basta per prevenire le crisi, né per curarle.
Nella maggior parte dei casi gli attacchi di panico   rispondono bene ad alcune tipologie di psicoterapia come la psicoterapia cognitivo comportamentale , la sistemico-familiare ecc. La psicoterapia, talvolta, a dispetto di una terapia farmacologica , anche se a breve termine e talvolta più costosa, risulta più efficace ed efficiente per i disturbi d’ansia ed in particolare i disturbi di panico.

Edda Cioffi psicologa e psicoterapeuta

Eravamo felici e non lo sapevamo…

“Eravamo felici e non lo sapevamo”. Quante volte in questi giorni avete sentito questa frase o quante volte nella vostra mente ve lo siete detti. Eravamo felici perché eravamo liberi di passeggiare all’aria aperta. Eravamo felici perché, liberi, potevamo condividere una pizza con gli amici. Eravamo felici perché potevamo festeggiare ogni ricorrenza coi nostri cari. Eravamo felici perché potevamo circolare col carrello tra le file al supermercato liberamente. Eravamo felici per gli abbracci, i baci, le notti passate fuori casa, i caffè usati come scusa per incontrarci, le feste, i viaggi, le risate al lavoro. Eravamo felici perché semplicemente eravamo liberi. “Il segreto della felicità è la libertà”, diceva Carrie Jones e noi tristemente lo abbiamo capito solo oggi.

É proprio vero, capisci l’importanza di una cosa solo quando l’hai persa. Vale per le persone e, mi rendo conto adesso, vale anche per un concetto astratto, la libertà. “Libertà”… uno dei concetti più acclamati e venerati della società occidentale contemporanea, valore assoluto della vita umana, meritevole di salvaguardia ad ogni costo.

E noi questa libertà non siamo riusciti a salvaguardarla. Ci è stata sottratta, negata con la forza, per il nostro bene, ovvio, ma ci fa male e soprattutto ci fa rabbia. A me fa male non potermi recare a lavoro e dare il mio contributo come vorrei. Mi fa male non poter accompagnare mamma al supermercato e decidere insieme, con calma, tra gli scaffali cosa cucinare per cena. Mi fa male non poter abbracciare un’amica o non poterla invitare per un caffè. Mi fa male non poter organizzare un viaggio o un semplice sabato sera fuori. Questa libertà negata mi fa male… e mi fa rabbia.

Mi fa rabbia non averle dato importanza prima, di averla sottovalutata. Mi fa rabbia pensare che ci sia stata sottratta a causa di un mostro invisibile e mi fa ancora più rabbia pensare che il mostro invisibile si stia prendendo allegramente gioco di noi, delle nostre vite. E penso a chi soffre, a chi non può vedere i propri cari, a chi respira a fatica e a chi il respiro lo perde quando prova a pensare all’amico o al parente isolato in una stanza d’ospedale.

Sì, eravamo felici e non lo sapevamo. Un pensiero tanto vero quanto fastidioso. Come fastidiosa risuona in questi giorni l’espressione “andrà tutto bene”. La tv non fa che ripeterlo: gli spot ci elencano le regole da seguire e alla fine ci piazzano il famoso “se le seguite tutti, andrà tutto bene”. I presentatori ce lo ricordano minimo venti volte durante tutto un programma. Il Presidente del Consiglio lo piazza a chiusura di quasi
tutti i suoi discorsi pubblici. L’hashtag #andràtuttobene poi, correda il 90% dei post che leggiamo sui social.

Anche noi, ormai in automatico, tendiamo a chiudere i discorsi col celebre
“andrà tutto bene”, quasi a voler convincere noi stessi che prima o poi le cose cominceranno ad andare nel verso giusto. La stessa zia Rosetta l’altro giorno dopo avermi parlato drammaticamente di tutti i suoi problemi e di tutte quante le sue preoccupazioni, mi chiude la videochiamata dicendomi inaspettatamente “andrà tutto bene”. Per non parlare di mio padre, pronto a ripeterlo ogni volta che io e mio fratello proviamo a svelargli le nostre paure, per ciò che stiamo vivendo e per quello che andremo ad affrontare dopo.

La musica poi rincara la dose. Gli artisti in queste settimane corredano le loro performance casalinghe con le solite frasi ad effetto. Mi è capitato per esempio di guardare l’omaggio che Patti Smith ha fatto all’Italia e in particolar modo alla città di Milano. Sapete cosa diceva la figlia Jesse nel video prima dell’esibizione con la madre? “Italia andrà tutto bene, Milano andrà tutto bene”.

E anche gli artisti italiani sono lì, pronti a ricordarci che possiamo stare
tranquilli, che andrà tutto bene. Penso che Brunori Sas ci ha scritto anche una canzone mesi fa con la celebre frase “andrà tutto bene” e la radio in questi giorni pare addirittura si diverta a passarla di tanto in tanto: “Vedrai che andrà bene, andrà tutto bene. Tu devi solo metterti a camminare, raggiungere la cima di montagne nuove”. Quante volte l’abbiamo cantata e quante volte la stiamo cantando in questi giorni. Per me è ormai un vero e proprio aiuto morale, non potrei farne a meno.

Pensandoci, ‘Al di là dell’amore’, questo il nome della canzone, parte da una
riflessione sociale e continua interrogandosi su ciò che pensiamo sia bene e ciò che pensiamo sia male. É un canto etico e poetico a tre voci che vede l’alternarsi di vari stati d’animo. Quindi se nella prima parte ad emergere sono parole di amarezza, disincanto, rimpianto, lo stesso non si può dire per il ritornello: l’invito è quello di lavorare su se stessi, di guardare le cose da un’altra prospettiva.

Ecco, le canzoni ci conoscono e in questi giorni sembrano volerci indicare il
cammino. É come se l’artista nel momento di scrittura e composizione fosse già a conoscenza di quello che sarebbe accaduto di lì a pochi mesi. Ho provato questa sensazione con la Michielin qualche settimana fa e provo lo stesso adesso con Brunori Sas.

‘Al di là dell’amore’ sembra il vestito cucito su misura su ognuno di noi. Sfido chiunque in questo momento a non provare amarezza, paura, rimpianto. Sono settimane difficili e lo sappiamo tutti. Allo stesso tempo però sfido chiunque a non sentire dentro di sé la speranza, la fiducia e soprattutto la voglia di tornare com’eravamo un tempo, anzi meglio di com’eravamo un tempo. É un lavoro di introspezione, un continuo alternarsi di stati d’animo che adesso non possiamo comprendere ma che in futuro gioverà alle nostre vite. Almeno questo è quello che ci fanno credere ed io ci provo, ho bisogno di credere.

Mi chiedo se anche Brunori Sas sia fiducioso o per lo meno se lo sia fino in fondo in questi giorni. Chissà come lo sta affrontando questo momento e soprattutto come si è sentito quando qualche giorno fa si è trovato costretto a rinviare il tour, quel tour a cui stava lavorando da tempo e che aveva annunciato insieme all’album ‘Cip’. Me lo ricordo l’entusiasmo con cui aveva presentato il disco: “É come se con questo nuovo disco tornassi al primo. Però dopo aver fatto un percorso. Ci rivedo molto dello spirito
con il quale ho scritto l’album di ‘Guardia 82’. Quello che forse è cambiato veramente tanto è il tono. In ‘Cip’ c’è un tono diverso rispetto alle origini. Io ho sentito di trattare gli argomenti con un approccio più pacifico ed è forse un disco anche della mia età”.

Ciò che mi era piaciuto e che mi aveva particolarmente colpita era la potenza del disco, il cui obiettivo, riconoscibile fin da subito, era semplicemente quello di dar spazio all’immaginazione. Non è un caso se Brunori ha scelto proprio un’onomatopea, un suono semplice e diretto, come titolo del suo album. Un modo per arrivare a tutti perché, come ha tenuto a precisare in un’intervista, “le parole non sono il fine ma il
mezzo”
. ‘Cip’ è un disco in cui molti pensieri sono impressi nei testi, mentre altri non sono percettibili nell’immediato, ma arrivano piano piano, magari dopo aver ascoltato più volte le canzoni che lo compongono. D’altronde ricordo che lo stesso Brunori tempo fa ha affermato: “Ho lavorato molto sul non detto, liberandomi dalla ricerca della parola”. Ci sono quindi brani sinceri e quasi spudorati come ‘Per due che come noi’, un inno all’amore capace di resistere al tempo e ai problemi che si possono incontrare nelle lunghe relazioni… una vera e propria ode per la sua dolce metà Simona
con cui è legato da un amore lungo oltre vent’anni. E ci sono poi pezzi, potremmo dire, più “pubblici” come ‘Il mondo si divide’, ‘Fuori dal mondo’ e ‘Anche senza di noi’ che, oltre ad affrontare temi importanti, confermano l’originalità con cui Brunori tratta quello che succede nella quotidianità. “Canzoni d’amore, nelle sue diverse inclinazioni, da quello di coppia a quello familiare, sino all’amore ideale, forse utopistico. Quelle di
buona volontà, di tenerezza ma anche di difficoltà, di pazienza, di denti stretti per tenere in piedi le cose”
: questo dunque il succo del disco che Brunori ha tenuto a precisare mesi fa.

‘Cip’ per me è stato fin da subito un soffio di primavera, già dal primo ascolto a gennaio, quando è uscito, nel bel mezzo dell’inverno. E l’ascolto di questo disco in questi giorni penso possa sciogliere, almeno in parte, il gelo che ci portiamo dentro. Noi, chiusi in casa, tra paure, bilanci e una primavera che stenta ad arrivare.

Ed è proprio di bilanci che parla il nuovo singolo di Brunori Sas, un singolo che esce oggi e che sembra sia stato scelto da lui apposta. ‘Capita così’, questo il titolo, è un grido di sfogo e di gioia, leggero ma potentissimo, un pezzo che, ascoltato in questi giorni, ha su di noi di sicuro un forte impatto. Mi è bastato leggere l’incipit del testo per sentirmi ancora più impotente: “Capita così, che un bel giorno ti guardi allo specchio e ti trovi più vecchio, di parecchio”. Con una potenza disarmante, da pugni chiusi e lacrime agli occhi, ‘Capita così’ ci mette davanti ai bilanci, quelli dei risultati raggiunti e
quelli per cui ci si sente minuscoli: gli anni che passano, i cambiamenti, il crederci nonostante tutto e soprattutto l’imprevedibilità della vita, l’imprevedibilità con cui tutti noi abbiamo imparato a fare i conti in queste settimane.

“Perché capita che ci si guardi indietro e capita anche di accorgersi che, invece di andare avanti, abbiamo sempre marciato sul posto, affidandoci ai vecchi, rassicuranti stilemi. Capita all’improvviso di trovarsi adulti e di non sentirsi all’altezza. Di dover reagire ‘da grandi’ di fronte ad avvenimenti che ci fanno sentire microscopici. Eppure – sorpresa! – capitano anche i miracoli, esattamente allo stesso modo: quelle gioie improvvise che prendono la pancia e stravolgono il destino. Semplicemente, capita così”. In questo modo Brunori ha presentato il singolo.

É proprio vero!”, penso mentre rifletto sulle sue parole. Capita così, che un giorno ti svegli e ti dicono che non va bene, non puoi e soprattutto non devi muoverti da casa. Capita che da un giorno all’altro ti proibiscono di incontrare chi ami o semplicemente di lasciarti andare in un abbraccio. Capita così, che ti ritrovi chiuso in casa tra domande e bilanci esistenziali, gli stessi bilanci che avevi sempre rimandato ma che adesso bussano prepotentemente alla tue porta e quasi ti soffocano. Capita che per non sprofondare sei costretto a reagire e a riempire di cose futili le giornate che devono pur passare in qualche modo. E poi – sorpresa! – capita così, che nel buio totale arrivano i miracoli, le famose ‘gioie improvvise che prendono la pancia’. Ieri è nato Tommaso. Sul pannolino quella scritta, tanto bella quanto fastidiosa: “Andrà tutto bene!”.

Arriva dal Canada la pillola che cancella i ricordi dolorosi

La realtà, certe volte, è in grado di superare la finzione.

Nel 2004 usciva nelle sale cinematografiche “Eternal Sunshine of Spotless Minds”, meglio noto in Italia come “Se mi lasci ti cancello”.

La pellicola, diretta da Michel Gondry, vede protagonisti Jim Carrey e Kate Winslet in una sceneggiatura originale di Charlie Kaufman che gli varrà l’oscar nel 2005.

Nel film, per farla brevissima ed evitare spoiler a chi magari non l’ha ancora visto (molto male, vi consiglio di recuperarlo), esiste un modo per cancellare i ricordi dolorosi dalla mente di una persona.

Una simile storia è sicuramente adatta ad un racconto di finzione, eppure è impossibile non fantasticare su una possibilità del genere nel mondo reale mentre guardiamo i fotogrammi scorrerci davanti agli occhi. A pensarci, di primo acchito, c’è da dire che potrebbe sembrare una scorciatoia vera e propria verso la serenità, una via di fuga estrema dal tormento di un momento che, impresso nella nostra mente, ci fa stare male e rievoca gli spettri del passato. Ma nonostante tutto, mentre siamo lì a fantasticare sui brutti ricordi da cancellare, abbiamo comunque la sensazione che una cosa del genere, forse, non dovrebbe esistere, e ci ritroviamo subito avvolti dalla consapevolezza che, dopotutto, siamo anche la somma delle nostre esperienze. Belle e brutte.

Eppure, nella vita reale, quella che non è incorniciata nella celluloide delle pellicole, questa tecnologia potrebbe diventare presto disponibile, sotto forma di pillola, grazie ad una ricerca del Dr. Alain Brunet, psichiatra e ricercatore di Montreal, in Canada, che studia da oltre 15 anni gli effetti causati dal PSTD (disturbo da stress post traumatico).

La terapia, che consiste in una tecnica mista tra farmacologia e psicoterapia, prevede sei incontri di frequenza settimanale in cui al paziente sarà chiesto di scrivere un particolare ricordo che gli provoca dolore e di leggerlo a voce alta. Prima di ogni appuntamento è prevista, inoltre, l’assunzione da parte del paziente di una dose di propranololo, un betabloccante che si usa anche per l’ipertensione. La terapia mira alla cancellazione vera e propria del momento doloroso grazie all’azione combinata del farmaco e della rievocazione del brutto ricordo in fase di seduta.

Difficilmente la scienza potrebbe, però, porsi a giudice per decidere se una simile tecnologia sia giusta o sbagliata. La scelta ricadrebbe sul paziente, che però dovrebbe tener ben presente che è proprio grazie al dolore che impariamo ad affrontare la vita, a crescere, a diventare persone sempre diverse, che magari potrebbe non essere il caso di sottoporsi ad simile processo per superare un cuore infranto o la dipartita di un caro amato, e che sarebbe il caso di adoperare una simile tecnica soltanto in casi particolarmente gravi, in cui i ricordi traumatici sono capaci di limitare in modo massiccio la vita di tutti i giorni.

Un sogno è una specie di film…

“Un sogno è una specie di film che avviene nella nostra mente durante la notte, ma può indicare anche una speranza: puoi sognare, per esempio, di fare l’astronauta da grande”. Non so dove mi è capitato di leggere questa cosa tempo fa, ma oggi più che mai riecheggia con forza nella mia mente.

Sia chiaro, la mia unica speranza in questo momento è quella di poter uscire quanto prima da questa casa che assume col passare dei giorni l’aspetto di un carcere. Vedo mamma inventarsi le cose più assurde per far passare il tempo: ieri, per esempio, ha deciso di sperimentare il pane fatto in casa. Lei, mia mamma, che una settimana fa avrebbe trovato difficoltà anche solo nel mescolare la farina con l’acqua, adesso si convince di poter creare e portare in tavola pizze, focacce, pane, gnocchi e così via.

Penso che se ci fosse stata nonna Anna, non avrebbe creduto ai suoi occhi. Me la ricordo il giorno del mio onomastico alzarsi dal letto di buon’ora e prepararmi la torta di biscotti secchi che lei chiamava “Torta di gallette”. Mamma era lì che guardava, penso abbia assistito alla preparazione per anni e mi convinco sempre più che per anni sia rimasta lì vicino a noi solo per farci compagnia, perché la crema, quella buona con la famosa ‘scorza di limone’ non è mai riuscita a farla e credo mai ci riuscirà.

Mentre sorrido ripensando a quei momenti e lo faccio sotto l’occhio vigile di mio fratello, mi ricordo di aver sognato questa notte Maddalena, la mia amica d’infanzia che mi pare di non vedere dal lontano 2000. Me la ricordo lei, mi ricordo i suoi lunghi capelli biondi e mi ricordo sua madre che per tentare di tenerli ordinati passava la prima mezz’ora della giornata a raccoglierli in una treccia francese, per intenderci, una variante della treccia a spina di pesce: elegante, raffinata e bella da vedere. E in effetti erano tanti quelli che da lontano si fermavano per osservarla. Una volta sua mamma si era anche spaventata, quando un automobilista lungo la strada si era addirittura accostato per toccare con mano la bellezza di quella chioma. “Signora, non si preoccupi! Sua figlia ha dei capelli meravigliosi, da lontano sembrano finti”, aveva esclamato quando si era accorto che la donna, vedendogli allungare la mano dal finestrino, aveva tirato a sé la figlia.

Maddalena nel sogno di stanotte era lì, nei luoghi d’infanzia, con la treccia francese che portava con orgoglio. Veniva verso di me, si faceva spazio tra la gente cantando a squarciagola la sua canzone preferita. La sento ancora la sua voce intonare il ritornello di “Blu”: “Sere d’estate dimenticate, c’è un dondolo che dondola… che belle scene di lei che viene da lune piene e si gongola”. Quella canzone, uscita se non sbaglio nell’ottobre del ’98 divenne la colonna sonora dell’estate appena trascorsa e di quella che sarebbe arrivata di lì a pochi mesi.

Ripensando a quegli anni, mi chiedo se Zucchero sia ancora il suo cantante preferito. Chissà se ancora la canta quella canzone, chissà se ascolta le nuove, se lo segue in tour come era solita fare da piccola accompagnata dal padre o se ci pensa a me quando alla radio passa un suo pezzo. No perché io a lei ci ho pensato tanto e forse è anche per questo che l’ho sognata.

Ci ho pensato negli anni e ci penso in questi giorni difficili tutte le volte che Zucchero pubblica il video di un brano del passato. “Canzoni (versioni speciali) per ammazzare… il tempo del Covid-19”, recita la didascalia che accompagna ogni performance. E così sui social in questi giorni si sono alternate versioni inedite di “Cose che già sai”, “Hey man”, “Il suono della domenica”.

Confesso che l’ascolto di quest’ultima ha smosso parecchio il mio animo. “Ho visto gente sola andare via sai, tra le macerie i sogni di chi spera, vai… tu sai di me, io so di te, ma il suono della domenica dov’è”. Ho pensato che Zucchero non lascia niente al caso. “Il suono della domenica” è una dedica speciale al suo paese e ascoltarla in questo momento fa di sicuro un certo effetto.

“Sicuramente non sarà più come prima, tutto cambierà e spero che questi cambiamenti possano servire a cambiare in meglio. Sta andando tutto troppo veloce, il mondo sta andando in una direzione troppo pericolosa. Bisogna fermarsi un po’, che sia il momento di ritrovare dei valori sani e genuini che consentano di ritrovarci”, ha detto qualche giorno fa riferendosi al periodo che stiamo vivendo. Che Zucchero sia sempre stato molto attento al veloce e pericoloso cambiamento lo si evince già da alcune canzoni del passato. Come dimenticare “Per colpa di chi”: un pezzo che racchiude travolgenti sonorità funky e blues, chitarra elettrica, immagini incomprensibili ma allo stesso tempo affascinanti. Sfido chiunque abbia vissuto l’estate del ’95 a non ricordarsi del ‘funky gallo’ o dello ‘zio Rufus che sta coi suoi pensieri in testa, portando in giro la vita a fare la pipì’. Per non parlare poi dei rimandi alle canzoni che hanno fatto la storia della musica: tutti sanno che uno degli assoli è ispirato a “Calling Elvis” dei Dire Straits, mentre l’espressione “Hootchiee cootchiee man” è ripresa da un famoso pezzo blues del ’54 cantato da Muddy Waters. Ciò che colpisce è proprio il messaggio della canzone, quello a cui forse non avevamo mai dato peso e che Zucchero ha tenuto a rimarcare proprio in questi giorni: “Già da ‘Per colpa di chi’ vedevo che la cosa andava in una direzione pericolosa e spero che questo serva per ritrovare certe cose che si sono perse anche, non solo, per colpa nostra. Io sono molto legato alle mie radici, ai valori, alla vita semplice che vivevo da bambino”.

Avete presente i testi delle canzoni? Avete presente quando nei momenti di crisi, soprattutto interiore, sembrano diventare più comprensibili? Ecco, credo che anche le parole pronunciate da una persona diventino più chiare nei momenti difficili. Mi viene in mente Igiaba Scego, la famosa scrittrice italiana di origine somala: “La parola ha un peso. Non è mai leggera, non è mai un arredo. Una volta detta, una parola si fa strada nella mente, produce un pensiero, diventa azione”, diceva in un discorso pubblico tempo fa.

E voi ci pensate a quanti pensieri riescono a produrre le parole in questi giorni? Ci pensate a quanti salti indietro nel tempo stiamo facendo mentre siamo chiusi in casa? E quante sono le cose che pensiamo di poter fare una volta che tutto sarà finito? Abbiamo riscoperto le nostre radici. Chiusi in casa ci ritroviamo ad affrontare le nostre ombre, i nostri lati deboli, consapevoli di non poter scappare. Ora più che mai le parole ‘autentico’, ‘genuino’, ‘semplice’, ‘puro’, risuonano nella mia mente.

Ripenso a Zucchero. Mi ricordo che autentico, genuino e di qualità è stato definito anche il suo ultimo lavoro discografico “D.O.C.”, uscito pochi mesi fa. Lo aveva detto lui: “Musicalmente parlando, c’è stata una grande ricerca sull’elettronica, perché la tecnologia cambia velocemente. Per quanto riguarda i testi, tutto è partito pensando a quello che vedo e che sento nel mondo in questo periodo. Più vado avanti con gli anni, più le mie radici si fanno forti” e poi aveva aggiunto: “Lo chiamano Belpaese, il nostro, ma il problema è che forse lo è stato, l’hanno fatto gli altri prima di noi. Un sogno che ho? Vorrei vedere un mondo più genuino!”.

Rileggo queste dichiarazioni, pare assumano un’altra importanza, proprio come il racconto del ricordo del padre. Ve lo ricordate? Più volte Zucchero ha raccontato che il papà quando arrivava il prete per benedire la casa diceva alla moglie che non lo voleva e lei era costretta a mandarlo via. Ma che poi, una volta malato, lo aveva fatto entrare, si era alzato da tavola e si era fatto il segno della croce con gli occhi lucidi. “Ne fui scioccato! Non so cosa gli sia successo, ma conoscendolo e, potrebbe essere anche il mio caso, avrà pensato ‘Non si sa mai’. A qualcosa bisogna attaccarsi!”, aveva detto
durante un’intervista.

E questo sentimento ricorre in quasi tutte le canzoni dell’ultimo disco, quasi un senso di redenzione. D’altronde libertà e tradizione in Zucchero si incontrano e si scontrano da sempre, come se si inseguissero di continuo e volessero rinnovarsi rimanendo lo stesso. Un sentimento questo che sorprende anche lui: “Rileggendo i testi ho notato che in ogni canzone c’era una luce, un inizio di redenzione che per un ateo come me è mettere in dubbio qualche cosa. O cominciare a farlo”.

E la luce di cui parla Zucchero la ritroviamo soprattutto nel nuovo singolo “La canzone che se ne va” che esce proprio oggi ed è non a caso una canzone di speranza. La canzone, il canto, il cantare insieme, se ci pensiamo, è speranza… lo abbiamo constatato in questi giorni, passati ad organizzare flash-mob con la musica dai balconi e tutti insieme ci siam sentiti meno soli. “La canzone attraversa le case, il telefono, le paure. Resiste oltre le distanze, che spero si riavvicineranno”, ci ricorda Zucchero.

“É vero!”, esclamo ad alta voce, mentre ripenso a Maddalena. Una canzone può avere sull’essere umano un grande potere. Bastano un paio di accordi per iniziare un viaggio nel tempo e per riportare alla mente un ricordo che si credeva dimenticato. A me è bastato un sogno e una canzone di Zucchero per risvegliare il ricordo autentico, semplice e genuino che ho di Maddalena. Quando ho aperto gli occhi, ho spalancato la finestra e ho guardato le montagne, quelle montagne che ci hanno visto crescere. Ho pensato che ci rivedremo, ci parleremo, magari canteremo insieme, rideremo e ci abbracceremo con forza. Ma adesso no, adesso è presto.

Mai avrei immaginato…



Mai avrei immaginato di iniziare a parlare di novità musicali in piena emergenza coronavirus, segregata in casa, con la lampada accesa mentre intorno il resto della famiglia è intenta ad apprendere notizie dallo smartphone circa quello che sta succedendo in Italia e nel mondo

Per un attimo mi tornano alla mente i racconti di nonna Anna. Mi rivedo piccola, nel corridoio di casa sua, lei sulla sedia con le braccia conserte, io per terra con le gambe incrociate che ascolto con gli occhi sgranati di quando lei e la sua famiglia aspettavano con ansia le notizie di guerra vicino alla radio o attraverso l’altoparlante che veniva posizionato in determinati punti nelle campagne. Lo sguardo che aveva nonna mentre si lasciava andare a quei racconti difficili si confonde con quello smarrito dei miei genitori, che in questi giorni pare abbiano meno difficoltà a guardare lo schermo dello smartphone che i nostri volti, quello mio e di mio fratello.

Mi isolo, riordino i pensieri, tento la distrazione pensando al giorno in cui tutti potremo tornare alla vita normale, agli aperitivi, alle serate fuori con gli amici… e poi penso agli abbracci, ai baci e alle strette di mano che fino a qualche settimana fa sembravano insignificanti.

Mi perdo nei pensieri, accendo la radio, provo ad ascoltare un po’ di musica, magari metto in pausa le preoccupazioni ed ecco la voce di Francesca Michielin. La rivedo tra i ricordi del Sanremo del 2016… mi ricordo la stretta di mano, la foto insieme e il video saluti. Lei piccola ma già tanto brava. Quell’anno a Sanremo cantava “Nessun grado di separazione” e si classificò seconda. Lo avevo capito che quella canzone se non avesse vinto avrebbe fatto strada e fu così. Dopo il secondo posto al festival le fu data l’opportunità di rappresentare l’Italia all’Eurovision. “Nessun grado di separazione” in quella occasione diventò “No degree of separation”. Nella mia testa rivivo ancora l’emozione dell’esibizione.

Mentre cerco di ingannare il tempo pensando a tempi migliori, bussano alla porta. È mio fratello, mi chiede: “Facciamo merenda?”. Forse nemmeno me lo aveva mai chiesto. Rimango imbambolata. Avete presente il Grande Fratello che sta andando in onda in questi mesi? Avete presente i pianti e gli sfoghi a cui i protagonisti della casa si lasciano andare di tanto in tanto? Per un attimo mi sento come loro… forse l’isolamento forzato ci rende davvero così vulnerabili e fragili, forse questa brutta avventura ci farà davvero capire quali sono le cose importanti della vita, forse diventeremo davvero persone migliori.

Immersa nei pensieri e nelle supposizioni, mangio un panino e accenno un sorriso, lo stesso sorriso rassicurante che ho visto in questi giorni sui volti degli artisti che hanno deciso di far sentire la loro vicinanza attraverso veri e propri live tenuti tra le loro mura domestiche o nei loro studi di registrazione. Avete sentito parlare della campagna social #iosuonodacasa? “Concerti lontani per stare vicini”, dicono. E l’iniziativa è pure bella, per quanto mi riguarda!

Tra gli artisti c’è anche chi ha deciso di non rimandare e quindi di presentare il suo album online. Mi torna in mente Francesca Michielin. Si ritrova a pubblicare un album, il nuovo, in una situazione insolita che richiede coraggio e di sicuro a lei non manca. Me la ricordo quando ha affermato con fierezza: “Ho 25 anni, se non ho adesso il coraggio di fare delle cose, allora quando?”.

Ed eccolo: esce oggi, 13 marzo, “Feat”, il suo nuovo atteso album. Mi perdo nel titolo, di sicuro molto esplicito: “Feat-Stato di natura”, abbreviazione di featuring, quelli che una volta si chiamavano duetti.

“Ogni volta che fai un disco avverti l’energia del momento. Dopo un album personalissimo, quasi colloquiale, volevo esprimere il senso di collettività e lo stare insieme in un momento di egoismo e prevaricazione in cui sembra che abbia ragione chi urla di più. Un disco collettivo per un momento, non solo questi giorni di coronavirus, ego-riferito”, così ha presentato il nuovo album, svelandone dunque anche l’obiettivo. Ci ho pensato un po’: le sue parole, in questo momento particolare, sembrano avere più potere. Parla di collettività Francesca, dello stare insieme, quasi come avesse previsto già nella fase di scrittura e composizione quello che avremmo vissuto poi, praticamente quello che stiamo vivendo adesso.

Collettività: “pluralità di persone considerate nel loro insieme”, leggo nel vocabolario. E di persone coinvolte nel progetto discografico della Michielin ce ne sono tante, una vera e propria rete di collaborazione. “Ho scelto io chi invitare e su quale brano collaborare e, quasi per tutti, abbiamo fatto session di scrittura insieme. Celebro la diversità che ogni artista porta e cerco attraverso questo incontro-scontro di abbattere i clichè dei generi”.

Sì, perché nel nuovo disco ci sono senz’altro varie sonorità. Troviamo il cantautorato pop di Elisa e Max Gazzè, le diverse scuole rap con Fabri Fibra, Gemitaiz e Shiva, il rock dei Maneskin, il mondo latin di Takagi&Ketra e Fred De Palma, l’indie di Carl Brave, Come_Cose e Giorgio Poi, per non parlare poi del Tommasone nazionale (Tommaso Paradiso).

Non so voi, ma già a leggere la lista mi vien voglia di ascoltarli!… che poi la cosa bella è il gioco tra gli artisti. A detta della Michielin gli artisti si son divertiti a giocare con lei in questa sperimentazione. E quindi già me lo immagino Fabri Fibra cimentarsi in un brano (Monolocale) dalle sonorità R’n’B – Gospel. Ve lo immaginate? Oppure vi immaginate Carl Brave cimentarsi in una cosa che la Michielin definisce “un po’ brasiliana, un po’ jazz, un po’ afro?” . Io proprio no. E son curiosa di vedere cosa combineranno tutti insieme appassionatamente.

Per un attimo mi viene in mente il buon Massimo di Cataldo che in un’intervista mi disse: “Un artista per essere considerato tale deve essere riconoscibile, deve avere una propria identità”. Son d’accordo, in parte. Ma vi immaginate la gioia (almeno per la sottoscritta) di ascoltare un Fabri Fibra ‘versione gospel’ o un ‘Carl Brave afro’? L’artista deve sì essere riconoscibile, ma deve avere anche il coraggio di uscire dalla comfort zone.

E nel nuovo progetto discografico della Michielin gli artisti lo trovano il coraggio, sperimentano e questo non può che farci piacere. In questo disco per esempio, oltre a Fabri Fibra e Carl Brave, c’è Elisa che duetta con la Michielin in un brano dalle sonorità mediterranee, c’è max Gazzè che si cimenta col francese in un pezzo che va ad attingere in qualche modo al folk nostalgico degli anni ’90 e dei primi anni del 2000 e così via.

Oltre alle sonorità, la Michielin stupisce per i temi trattati. 10 in tutto:

  • Amore in più forme ed espressioni;
  • Natura e urbanizzazione;
  • Fidanzati che diventano famosi e non ti cagano più di striscio;
  • Incontro e scontro, spazi aperti e spazi chiusi, violenza verbale;
  • Femminismo e machismo;
  • Filosofia ed ecologia;
  • Patente A e patente B;
  • Giornate di primavera fricchettone a Parco Lambro;
  • Emancipazione;
  • STAR TREK VS STAR WARS.

Mentre le tracce del disco sono 11. Tra queste c’è il nuovo singolo, in duetto con i Maneskin, che esce proprio oggi insieme all’album. Si chiama “Stato di natura”. “È un brano coraggioso, è un brano potente fatto proprio per spiazzare, per far riflettere, perché è un brano che riflette proprio su quelle che sono le potenzialità dell’essere umano, ovvero la comunicazione, la parola, l’umanità”.

La Michielin ancora una volta dimostra di saperci fare: sceglie di presentare l’album con un singolo che in questo particolare momento storico, lancia un forte messaggio contro la violenza verbale e gratuita, anche grazie all’emozionante duetto con Damiano. “Lui da’ la prospettiva da uomo e mi piaceva questa doppia prospettiva, perché in questa battaglia anche femminista gli uomini hanno un ruolo fondamentale”, ha dichiarato.

“Quanta verità!”, penso, ascoltandola mentre parla. Sicuramente in questo momento delicato in cui siamo portati a essere isolati per il nostro bene e per quello degli altri emergono quelli che la Michielin ha definito ‘doni dell’essere umano’: il dono della parola e dell’umanità. La parola perché, pensandoci bene, in questi giorni l’abbiamo usata spesso a sproposito creando confusione e l’umanità che emerge perché siamo isolati e lo facciamo soprattutto per il bene degli altri.

Mi fermo, rifletto e proprio quando i pensieri si preparano a riprendere il sopravvento, la voce di mamma li interrompe e li sotterra definitivamente. “La prepariamo la pizza per stasera?”, mi chiede. La guardo, sorrido, mi alzo dal letto e la seguo.

Mena Tofano



Le storie de “Il volo del Dodo” – Non è un drink, è Paul Gascoigne

Quando una persona si comporta in un certo modo, ci si dovrebbe sempre interrogare sui motivi. Perché si arriva ad assumere determinati atteggiamenti.

La vita di Paul Gascoigne non è iniziata come la più classica delle favole. Paul nasce a Gateshead il 22 maggio 1967. La famiglia viveva in una singola stanza ad un piano superiore di una casa popolare. L’infanzia è uno dei periodi che ti segna maggiormente. E quella di Paul, beh, non è stata quella della famigliola felice. Un padre violento ed alcolizzato, una serie di disturbi che influenzarono, ovviamente, anche suo figlio. Pare che all’età di quindici anni, il giovane Paul avesse una dipendenza da slot machine e piccoli furti, e saltava dalla poltrona di uno strizzacervelli ad un’altra. Paul però aveva un sogno. Una luce, nella paura del buio che lo contraddistingueva: diventare un calciatore. A scuola faceva le prove del suo autografo urlando alle maestre che avrebbe realizzato il suo sogno.

Ed infatti quel sogno si realizza. Dopo alcuni provini falliti, arriva la squadra del destino: entra nelle giovanili del Newcastle, le cosiddette gazze. Da qui il suo storico soprannome. L’inizio di quella che sembrava essere una carriera scintillante. Ebbene Gazza la sua carriera l’ha fatta, ma sulle montagne russe. La follia ed il genio che si prendono a cazzotti, continuamente. Le reti, le giocate, l’alcool, la droga, gli scherzi: è un flusso continuo di alti e bassi, di buio e luce, che non si può distinguere. L’artista ed il suo demone. E Gazza danzerà continuamente con il suo demone, nell’arco di tutta la carriera, e anche oltre.

Follie assolute e perle memorabili, dentro e fuori dal campo. Dalle risse agli scherzi assurdi, dalle prodezze come la celebre punizione in semifinale di FA CUP quando indossava la maglia del Tottenham, o il colpo di testa nel derby di Roma da biancoceleste, passando per il quarto posto nel Mondiale ’90. E poi la depressione post carriera, i tentati suicidi, disintossicazioni fallite ed ogni tipo di eccesso che la mente umana possa concepire.

Di scherzi ne ha fatti tanti e ci vorrebbero ore per parlarne di tutti. Gennaro Gattuso, che da giovanissimo ha condiviso lo spogliatoio con lui ai Glasgow Rangers, racconta che Gazza gliene faceva di tutti i coleri, come quella volta che aveva usato i suoi calzini come se fossero un water. Eppure Ringhio, racconta di come Gazza lo avesse aiutato nella sua avventure scozzese. Un giorno gli comprò degli abiti -che i Rangers imponevano ai loro calciatori di indossare- dicendo che li avrebbe pagati la società. In realtà fu un regalo di Paul, in segreto.  Quand’era alla Lazio, rubò la foto del figlio appena nato di Gigi Corino, suo compagno di squadra, per presentarsi all’allenamento del giorno dopo con centinaia di magliette celebrative con quell’immagine.

Perché i pazzi sono così, hanno un gran cuore. Ed il genio e la follia non si possono separare. Lo Yin e lo Yang parlano chiaro: anche nel buio c’è una punta di luce e viceversa.

No, non è un drink, è Paul Gascoigne.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Baggio ed il viola

Di storie di amore e di presunti tradimenti, il calcio ne ha viste tante. Storie di domeniche allo stadio, di panini e birra, di Caffè Borghetti ed applausi. Specialmente per i calciatori simbolo. I cosiddetti “idoli”, quelli più amati, quelli più forti. Quelli che rispondono al clichè del “vale da solo il prezzo del biglietto”.

Che poi, cliché o meno che sia, è tutto vero. Ci sono calciatori speciali; quelli che con il solo modo di accarezzare la palla, ti fanno emozionare. Quelli che quando la mamma ti diceva “copriti bene sullo stadio, che fa freddo”, tu pensavi “Chi se ne frega del freddo, speriamo che lui segni”. E di quei lui, ce ne sono stati tanti.  A Firenze lo sanno.

In maglia viola, di campioni ne sono passati diversi, giovani o navigati che fossero: da Batistuta ad Antognoni passando per Socrates ed Hamrin. Tra i giovani in particolare, se ne ricordano uno. Uno che, dopo un lunghissimo periodo di stop dovuto ad infortuni vari, esplose da ventenne, mostrando tutta la sua classe. Anche a Napoli se ne accorsero. Il 10 maggio 1987, non un giorno qualsiasi. Il Napoli vinse il suo primo scudetto pareggiando con la Fiorentina. Per gli ospiti però, il goal fu segnato da un ragazzino su punizione che mostrava i primi sprazzi della sua classe. Si chiamava Roberto e portava il “codino”.

Quel ragazzino segnò cinquantacinque goal in centotrentasei partite con la maglia viola. L’ultima di queste, fu la Finale di ritorno di Coppa Uefa tra Juventus e Fiorentina, persa dai gigliati, il 16 maggio del 1990. Dopo un paio di settimane, Roberto fu ceduto alla Juventus. Di quel trasferimento, negli anni a venire se ne sono dette tante. Lo stesso “Divin Codino” disse che fu venduto a sua insaputa. Qualcun altro addirittura sostenne che fu ricattato da Agnelli, altrimenti non sarebbe andato al Mondiale. Insomma, ne hanno dette di tutti i colori, viola compreso.

Eppure, alla fine, nel grande circo mediatico che fa da contorno al campo- che c’era già allora ma che oggi ha quasi soppiantato il rettangolo di gioco- ciò che resta, sono i sentimenti. Le emozioni. Il 6 aprile del ’91 infatti, il figliol prodigo torna a Firenze. La Fiorentina è in vantaggio, ma ai bianconeri viene dato un rigore. Dovrebbe batterlo l’uomo con il codino, ma si rifiuta. De Agostini sbaglia e, alla fine, il risultato non cambia. Roberto verrà sostituito a metà secondo tempo. Mentre sta per raggiungere la panchina, qualcuno gli lancia una sciarpa viola. Il codino, senza pensarci due volte, la indossa, in un mix tra fischi e applausi, di odio e amore, di quelli che provi verso la tua ex quando ti lascia.

Alla fine però il viola c’è e cozza con il bianconero della divisa; è il simbolo di ciò che resta. La cicatrice di un amore che ti ha segnato. Perché alla fine, oltre il business, oltre i soldi, ci sono il tifo e i sentimenti. E a Firenze lo sanno. Ed anche Roberto Baggio lo sa.

Le storie de “Il volo del Dodo” – La perla di Utrera

Tra le mille cose da fare di questi giorni, non ho avuto tempo di scrivere qualcosa che avevo in testa da sabato scorso, da quando l’ho saputo. Un messaggio su Whatsapp di un amico, come si fa oggi.

La pratica non scritta, il riflesso incondizionato di ogni uomo, quasi per esorcizzare la sua cruda e triste realtà. Ripensare ai momenti in cui Josè Antonio Reyes c’era.

A quella sera di settembre del 2008 quando, appena diplomati, Mattia ci portò allo stadio (unico già patentato del gruppo) a vedere Napoli-Benfica. Il San Paolo vestito a festa, il goal di Vitale, i primi assaggi di Europa e quell’uomo lì, col numero 6, sulla fascia. Uno dei giocatori preferiti di mio fratello che, quando si fissava, era peggio di Smeagol con l’anello. In fondo ci innamoriamo tutti calcisticamente di calciatori senza capirne bene il motivo. A volte basta una finta, una giocata, e ti ritrovi a difenderlo nelle discussioni con gli amici o a puntarci al fantacalcio. Ed in effetti Reyes aveva le movenze ed il talento per farti innamorare.

L’esordio col Siviglia a sedici anni. Un talento che sembrava destinato a scrivere la storia del calcio. Magari non sarà diventato tra i calciatori più forti di sempre, ma la sua carriera, la sua storia l’ha scritta. Eccome se l’ha fatto.

Da giovanissimo nell’Arsenal degli Invicibili: primo spagnolo a vincere la Premier League. Un anno al Real,  ma con reti decisive, come la doppietta all’ultima giornata di Liga che consegnò il titolo al Real di Capello nel 2007. Poi gli anni delle Europa League vinte. Quattro addirittura; la prima con l’Atletico e le tre consecutive con il Siviglia. Record condiviso con Beto, Vitolo e Gameiro.

Una carriera fatta di spunti e serpentine sulla fascia. Con quel sinistro che fece innamorare mio fratello e tanti, tanti altri come lui.

E quel sinistro che fece innamorare mio fratello e tanti, tanti altri come lui. Fino a quel maledetto Whatsapp di sabato mattina. Quando tutto finisce, senza un motivo.

Insegna gli angeli a dribblare sulla fascia.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Elogio a Sarri

Stia, Faellese, Cavriglia, Antella, Valdema, Tegoleto, Sansovino, Sangiovannese. No, non sono le tappe di nuovo tour turistico. Sono semplicemente le prime otto squadre allenate da Maurizio Sarri; le potete leggere tranquillamente aprendo la pagina Wikipedia dell’allenatore toscano. E poi Pescara, Arezzo, Avellino, Hellas Verona, Perugia, Grosseto, Alessandria e Sorrento. Tutte squadre allenate prima della grande occasione: Empoli. Il trampolino di lancio prima della svolta vera e propria, quella della consacrazione: la panchina del Napoli.

E lì, lo scudetto sfiorato, con gioco magnifico. 91 punti, quarta prestazione di sempre in Serie A, e titolo perso al fotofinish contro la corazzata Juventus. Un calcio fantastico, il migliore degli ultimi vent’anni in Italia. Una macchina perfetta che ha incantato tutto lo Stivale.

Dopo la fine del matrimonio azzurro, si cambia nazione e tonalità. Destinazione Inghilterra, direzione Londra, sponda blues. Il Chelsea decide di affidargli la panchina. Una stagione turbolenta, più all’esterno che nel rettangolo di gioco. Le polemiche, la diffidenza, un modello difficilmente applicabile in una realtà diversa. Alla fine però, come sempre, a parlare sono i risultati. Finale di Coppa di Lega persa solo ai rigori contro il City di Guardiola, terzo posto in campionato e qualificazione in Champions League raggiunta. Tutto questo, fino alla serata di ieri. A Baku si gioca la finale di Europa League. Chelsea contro Arsenal. Sarri contro Emery. L’esordiente contro il re dell’Europa League. Alla fine i Blues vincono e Maurizio Sarri conquista il suo primo trofeo in carriera tra i professionisti.

Eppure, riavvolgendo il nastro, fa davvero effetto. Perché nel 2011-12 allenava il Sorrento, in Lega Pro, venendo esonerato nel mese di dicembre. Sette anni e mezzo dopo, lo stesso allenatore vince la vecchia Coppa Uefa. La notte di Baku è il coronamento della favola Sarriana. Mi chiedo cosa possa provare un allenatore che ha calcato la polvere dei campi di provincia, assaggiando il fango delle categorie inferiori, arrivando poi fino al calcio inglese, all’odore dell’erba bagnata, alle linee perfette di Stamford Bridge. Dalla seconda categoria fino al trionfo in Europa League.

Le critiche per la tuta e le sigarette, per gli atteggiamenti, per l’integralismo; lui è andato avanti per la sua strada, perseguendo le proprie idee, lasciando il lavoro in banca, dedicandosi al calcio a tempo pieno –per fortuna-. Ed alla fine ha avuto ragione. La parabola di Sarri dimostra che bisogna credere nei sogni, in sé stessi e nelle proprie convinzioni.

Se vi va di indossare la tuta, mettetela. Se vi va di andare avanti a caffè e sigarette, beh, fatelo ma date sempre un occhio alla salute. Se credete nella bellezza, perseguitela e non cambiate strada. Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il Mondo. Jep Gambardella asseriva che si vive di sparuti incostanti sprazzi di bellezza. Con la bellezza si vince. Ed anche Sarri, lo sa. 

Le storie de “Il volo del Dodo” – Un sogno lungo una Vives (Radio Edition)

I ragazzi dalle maglie granata appartengono all’Accademia di Giuseppe Vives, ex centrocampista del Torino. Penso spesso alla sua storia. Mi sovviene quando gioca contro il Napoli, quando attacco la sua figurina. La favola di Vives è cominciata proprio qui, sui campi polverosi della provincia, ed in particolare su questo campo: lo stadio Comunale di Sant’Anastasia. 

Vives faceva parte della leva più florida della squadra vesuviana. Lo Stasia che dall’Eccellenza passò in D fino a disputare la C2. Al di fuori dei confini locali, in pochi sanno che in quegli anni tanti calciatori di categoria superiore passarono da queste parti: Sardo, Capuano -oltre a Vives- su tutti, gente che ha giocato diversi anni in A, piuttosto che Morfù, Vastola e tanti altri che hanno fatto molta Serie B e Serie C. Nel periodo degli anni d’oro, Sant’Anastasia è stato un bel trampolino di lancio, non c’è che dire. 

Non posso far altro che pensare alla bellezza della vita. Vives ha cominciato respirando la terra e la polvere di questi campi; la gavetta, il grande salto nei professionisti, la chiamata di Zeman al Lecce, la Serie A, il primo goal contro il Chievo e poi gli anni al Torino; la consacrazione definitiva, l’Europa League e la vittoria del Toro al San Mames. Unica squadra italiana ad espugnare lo storico impianto dell’Athletic Bilbao. Lui c’era. Una meravigliosa escalation fino alla cessione alla Pro Vercelli in cadetteria, ultime pagine di una fantastica carriera da scrivere. 

Dal “De Cicco” al “San Mames”. Un sogno lungo una carriera. Adesso dei ragazzi della sua accademia indossano la stessa maglia della squadra che ha fatto grande il loro Maestro, calcando lo stesso campo su cui ha mosso i primi passi. Curiosa la vita, vero?

Mentre penso a tutto questo, le urla che sento mi fanno ritornare sulla terra. La “Vives” ha appena segnato il goal della vittoria a tempo scaduto (2-3 il finale). In fondo i piccoli Vives non crescono poi tanto male…

(Febbraio 14-15, Sedicesimi EL)

Perché abbiamo bisogno di Festival come il MI AMI

Il MI AMI festival è finito. Anche quest’anno mi è passato addosso lasciandomi in una dimensione parallela che per voi tutti è durata tre giorni, per me -e per chi c’era- un tempo indefinito. E poi mi ha sputato di nuovo in quella reale. Così si è riconfermata questa esperienza, un viaggio, una boccata d’aria, energia rinnovata. Eventi come questo non sono solo svago, sono lo specchio dei non arresi, sono un’occasione di crescita e condivisione, di conoscenza e di cultura. Perché bisogna ricordarsi che la musica è molto di più che un passatempo, un diversivo.

La musica ti insegna sempre o ti suggerisce le soluzioni, la musica aiuta a leggerti dentro e, a volte, ti fornisce le lenti per guardarti meglio intorno. Se credi di conoscerti bene e di vedere chiaro non è quasi mai così.  Ecco perché abbiamo bisogno di festival come questo, che nonostante le ripetute poche ore di sonno è riuscito a farmi tornare a casa ricaricata, felice e rinvigorita.

Per chi ancora non lo conoscesse, il MI AMI -Festival della Musica e dei Baci- è organizzato dall’agenzia creativa Better Days e da Rockit.

Arrivato alla quindicesima edizione con un programma temerario di tre giorni (24-25-26 maggio presso il Circolo Magnolia a Milano), si è  confermato il festival evento imprescindibile per la musica italiana.

Il tema scelto quest’anno era Amor Vincit Omnia, perché, come recita l’edizione speciale di rockit dedicata al festival e distribuita all’ingresso: “il MIAMI non è un festival, ma una promessa d’amore. Qualcosa come volersi bene. Avere coraggio. Selezionare le cose serie ed importanti, e lasciare perdere le stronzate. (…) Insomma: prendersi cura. Con grazia e devozione. E crederci, sempre. Perché così, nonostante la peste, forse, insieme ce la faremo”

Da questa breve introduzione alla guida del festival si può ben comprendere lo spirito con cui si gettano le basi e poi si affrontano questa serie di concerti, a partire dall’organizzazione. L’importanza di un pizzico di poesia in questa vita che non perde occasione per prenderci a schiaffi.

Come dire: “Siamo umani, tutti. Accettiamolo e festeggiamo insieme il fatto che, nonostante tutto quello che c’è fuori, siamo vivi. E se lo siamo, per gran parte lo dobbiamo all’amore”.

Il Circolo Magnolia è stato assalito da questa energia, proiettata sui quattro palchi spalmati sulla zona.

Ed è così che si sono susseguiti sullo stesso palco cantautori come Riccardo Sinigallia e Motta, Mahmood e Myss Keta, Giorgio Canali, Di Martino e Luca Carboni. Coma Cose e FASK.  Giorgio Poi e Franco 126. Any Other e I hate my village. Tutti a ricordarci che non esistono etichette da accostare alla musica bella, al di fuori di quelle discografiche. E come se fosse la cosa più naturale del mondo, ci si arricchisce reciprocamente, si cambia palco, si sale su quello di un amico per eseguire un brano insieme oppure si gira a guardare ed ascoltare qualcun altro, tra il pubblico. Ci si mischia tra di noi, insieme a loro. Un noi ed un loro da cui al Miami si fatica a percepire la distanza.

Questa condivisione di spazi ci ha regalato tante sorprese, ha creato i presupposti per uno spettacolo che difficilmente si ripeterà così, nell’ensemble.

L’aspettativa, chiaramente, mentre si passa da un palco all’altro, è quella di trovarsi davanti a qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che si è ascoltato in precedenza. Senza farsi troppe domande, perché, inesorabilmente, accadrà qualcosa che non ti aspetti. Ed in effetti l’impressione è stata quella di visitare mondi differenti ma complementari. Entrarci ed uscirci senza deciderlo pienamente, regalando una parte di te a loro e prendendone una parte a tua volta. È quello che accade ai concerti, quelli belli.

Se chiudo gli occhi sento ancora l’eco della musica e l’odore di erba bagnata. Qualcuno diceva che la pioggia è amica dei sentimenti. Lo è stata anche stavolta. Promessa mantenuta: Amor Vincit Omnia.

Alla prossima edizione MI AMI.

Liana Pesce

Le storie de “Il volo del Dodo” – Allenatore

Di signori della panchina ne ho visti tanti. Ognuno con le proprie idee, la propria testa, con il loro personale modo di vedere il calcio. Da chi predilige il possesso palla, agli amanti del contropiede, da chi insiste sempre sulle fasce a chi si chiude col catenaccio.

Il tridente, le due punte, la difesa a tre, il centrocampo a cinque. Li ho visti perdersi nei moduli, districandosi a malapena nei loro labirinti mentali, tra numeri e soluzioni, cambi di gioco e transizioni.

Li ho visti, aggrapparsi al peso della loro filosofia, nel bene e nel male, talvolta sfidando i verdetti del campo e le opinioni altrui. Zeman e il 4-3-3, Delneri e il 4-4-2, Benitez e il suo 4-2-3-1. Alcuni attaccati a quelle quattro cifre come se fosse un mantra da difendere.  E poi gli spazi e il pressing di Guardiola, il calcio verticale di Mourinho, l’albero di Natale di Ancelotti, la difesa a tre di Mazzarri, il catenaccio vero o presunto di Simeone, con il suo Cholismo da difendere, e potrei andare avanti, avanti e avanti ancora come l’Olanda di Cruijff.

La verità è che ha ragione Morandi. Alla fine, l’allenatore è sempre lì, da solo, su quella maledetta panchina. Che ci sia il sole cocente dell’estate o il freddo gelido di Grande Inverno. I signori della panchina sono sempre lì, in quel dannato limbo tra la vittoria e la sconfitta, osannati o bersagliati, a seconda dei risultati e di ciò che dice il campo.

Che poi siamo sempre i primi a criticarli, a metterci nei loro panni, a sostenere di poter fare meglio di loro; basterebbe guardarsi un po’ nel profondo per capire che, in fondo, siamo un po’ tutti allenatori di fronte ai bivi della vita. Da soli, con le nostre scelte da prendere. In quel maledetto limbo che ci separa, tra la vittoria e la sconfitta.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Dodo e company

Lunedì sei maggio. Sono a casa davanti alla TV. Il Milan ha appena battuto il Bologna per 2-1 -al termine di una partita bella, dal finale turbolento- per la gioia di mio zio, milanista da generazioni, a cui concedo  il lusso di guardare il Diavolo quando non gioca in concomitanza con il Napoli. Altrimenti, beh, guarderemmo gli azzurri. Ovviamente.

Al triplice fischio, cambio canale e vedo un pallone che si insacca al sette dopo una sassata terribile. Guardo il replay successivo e mi rendo conto che ha segnato il Manchester City. Ah già è vero! Stasera il City si gioca un pezzo di Premier contro il Leicester. L’hanno sbloccata, dopo settanta minuti di porte inviolate. Penso tra a me e me che quel goal l’abbia segnato un attaccante o uno dei mille centrocampisti offensivi dei Citizens. Invece no, niente di tutto questo. La conformazione ed il numero di maglia non mentono: quel goal l’ha segnato Vincent Kompany.

Ed in un attimo, ho un dejavu. Come in un film già visto, mi ricordo di un altro goal di Kompany, sempre decisivo per la Premier, segnato nell’aprile del 2012. Una zuccata su angolo, uno stacco sopra la testa di Smalling nel derby contro lo United, una rete importante per il City di Mancini e la sua cavalcata al titolo del 2012.

Stasera, come sette anni prima, ancora lui, ancora il capitano. Stavolta con un capolavoro, un destro nel sette che non lascia scampo al figlio di Schmeichel. Il sette appunto, come gli anni che sono passati dal derby del 2012, anni in cui il difensore belga ha sofferto tanti infortuni, ma che spesso ha saputo esserci quando contava, come stasera, o come quella volta nel derby. Qualcosa di diverso c’è però. Più di qualcosa.

 Perché quella sera di fine aprile del 2012, eravamo in tanti a casa mia, nella mia Tavernetta, a seguire il derby inglese. Stasera invece, siamo solo io e mio zio, ad aver visto Milan-Bologna. Ripenso a chi c’era all’epoca, a quel periodo, quando io e miei amici stavamo sempre insieme a guardare le partite, a quando mio zio ci diceva “So arrivati eh’, Dodo e company”. Invece, stasera, i miei amici non ci sono. In tanti vivono e lavorano fuori, mentre quelli che sono qui sono tutti presi dai loro impegni.

E allora, mi piace pensare che ognuno di loro stasera, guardando il goal di Kompany, abbia ripensato a quella sera e quel periodo. A quando il cazzeggio e le partite, erano le sole cose che ci interessavano. A quando eravamo Dodo e company. Mentre adesso siamo solo Dodo e Kompany. E mio zio.

Le storie de “Il volo del Dodo” – La magia di Anfield

Ci sono stadi che non sono come gli altri. Mura che trasudano storia, che parlano di vittorie epiche e di sconfitte clamorose, di rimonte inaspettate e di 0-0 anonimi. Sediolini che raccontano di giornate passate con i genitori o con gli amici, di vecchie sigarette e giornali del giorno prima. Di birra e panini, di cola e caffè Borghetti.

Lo stadio è un luogo sacro. Un’arena che diventa teatro di una ritualità unica, antica, tramandata. Ce ne sono alcuni dove la storia, la tradizione, la avverti. Ne senti  la forza, se tifi per la squadra di casa ed il peso se sei un avversario. Come l’impianto di Liverpool e i suoi tifosi.

 Da esterno, lo percepisci subito, appena li vedi. Quella gente, quei tifosi, hanno una marcia in più. Un tutt’uno con la squadra, come se fossero legati da un filo lungo oltre cent’anni di storia. Elettricità che l’ambiente trasmette ai giocatori e viceversa.

 E poi, basta osservare il rosso della loro maglia. Quel colore, vivo, infuocato, che sembra già una minaccia, come per il toro. I Reds hanno qualcosa dentro, uno spirito ereditato da antichi fasti. Come se il coraggio di chi ha indossato quella maglia in passato, venisse tramandato a chi la mette oggi. Come l’energia dei tifosi: unica, trascinante, capace di entrare in campo. Una volta, Jose Mourinho disse non aver mai visto una curva segnare un goal, parlando del goal fantasma di Luis Garcia, quello che  eliminò  il suo Chelsea nelle semifinali Champions del 2005. La Kop è una delle curve più famose del mondo, uno dei simboli di quello stadio, il fulcro dell’appartenenza Reds.

L’abbiamo visto tante volte. Con la squadra alle corde come un pugile suonato, data per spacciata e poi…riemersa dalle ceneri come l’araba fenice, trascinata dall’energia impazzita dei tifosi, dall’anima di quello stadio, il dodicesimo uomo in campo. L’abbiamo visto, come contro l’Olympiakos nei preliminari di Champions nel 2004, come contro il Borussia Dortmund nella semifinale di Europa League  del 2016 da 3-1 a 4-3, come martedì col Barcellona. Dopo il 3-0 dell’andata con le prodezze di Messi, il ritorno, senza Salah e Firmino sembrava già scritto. Mai dare nulla per scontato quando c’è di mezzo quella squadra e quello stadio. Il 4-0 finale ci ha lasciato a bocca aperta. Messi a casa, in tutti i sensi. E poi quel canto, sempre lo stesso, per dire alla squadra che loro sì, comunque vada, al di là di quanto siano disperati, loro non cammineranno mai da soli.

Quello spirito, lo stesso che consegnò Istanbul alla storia del calcio tra le lacrime dei tifosi milanisti, è semplicemente la magia del calcio che ricomincia, ogni volta che un pallone rotola sul terreno di Anfield.

Perché è vero. Certe cose succedono solo lì. “It could only happens in Anfield”

Le storie de “Il volo del Dodo” – Punizioni

Le punizioni rappresentano un mondo a sé. È come se ci fosse una magia nella magia, una specie di Matrioska nel rettangolo verde.  Un rituale sacro, che spesso rappresenta l’unico modo per far saltare il banco quando la partita è chiusa, o l’ultima preghiera, quando ti serve necessariamente un goal ed il tempo sta per finire.

Un rito fatto dal prendere il pallone con le mani, l’inverso di quanto dice il gioco, una contraddizione, un patto con il diavolo in cambio di una speranza di far goal. Il pallone posizionato sul punto di battuta, lo sguardo verso la barriera pensando a come fare per superarla, come il Night King del Trono di Spade.  Da sopra alla Pirlo, di potenza alla Adriano, sotto come Ronaldinho, ad effetto come Roberto Carlos. Scegliere qual è la tecnica migliore in base alla posizione e all’angolazione della stessa.

Dopo c’è la rincorsa contando i passi, indietreggiando, centellinando il respiro, per trovare la concentrazione adatta, per svuotare i pensieri, visualizzare la traiettoria da disegnare per battere il nemico: l’uomo col numero uno.

E poi la parte più difficile. Il momento dell’esecuzione. Il calcio. Basta commettere un piccolo errore, e la palla si stampa sulla barriera o finisce in curva. A volta la barriera può essere tua amica facendosi passare la palla sotto o in mezzo o magari deviandola per mandare fuori tempo il portiere.

 Tecnica, temperamento, istinto. Ci vuole questo ed altro per realizzarle. L’istinto, quello dei grandi campioni, degli specialisti, coloro che delle punizioni hanno fatto un marchio di fabbrica. A volte, basta guardare negli occhi il tiratore per capirne l’esito. Se finirà con mani in faccia o se saranno abbracci. Come Messi qualche giorno fa, come Cristiano Ronaldo contro la Spagna al mondiale russo o come Maradona contro la Juve, il giorno in cui sfidò le leggi della fisica. Lo sai già. Lo sai. Capisci già come andrà a finire.

E allora, in quei momenti, sai già che quel signore lì, quello che resta tutto il tempo sulla dannata linea bianca, quello che difende l’ammasso di pali e rete, potrà solo raccogliere il pallone in fondo al sacco.  E allora la punizione, nel vero senso della parola, colpirà solo il numero uno.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Il primo luglio di Zidane

Il primo luglio del 2006 si giocava una partita speciale. Ci sono partite e partite. Alcune anonime, che finiscono nel dimenticatoio. Altre invece, sono destinate a scrivere capitoli indelebili nella storia dello sport.

Il primo luglio di  tredici anni fa, andava in scena il quarto di finale del Mondiale 2006. Di fronte, il Brasile e la Francia, remake della finale di Saint-Denis di otto anni prima. In copertina, i protagonisti, sempre loro due, decisivi, nel bene e nel male: Ronaldo contro Zidane. Il Fenomeno, otto prima, aveva dovuto giocare una finale benchè non fosse minimamente in condizione per farlo, tra presunte pressioni degli sponsor e dei media. La scena di Ronaldo che scende dalla scaletta dell’aereo zoppicando, il giorno dopo la partita, ce la ricordiamo tutti. L’alone di mistero che circonda quella partita esiste ancora. Ma quella, è un’altra storia che magari, un giorno che vi racconteremo.

Nella finale di Parigi, Zidane segnò una doppietta e fu decisivo. Otto anni dopo, il Brasile vuole vendicare quella sconfitta. E i favori del pronostico pendono verso la Seleçao, una squadra piena di campioni. Kakà, Ronaldinho, Ronaldo, Robinho, Adriano, Roberto Carlos…i nomi parlano da soli. Eppure, nella Francia che comunque aveva un organico di tutto rispetto, il protagonista più atteso, il maestro di musica era sempre lui: monsieur Zinedine Zidane. Uno dei più grandi calciatori della storia, all’ultima recita. Lui che sognava di raggiungere la finale e vincerla, per chiudere la prestigiosa carriera nel migliore dei modi. E quella sera del primo luglio, in una calda serata estiva, a casa mia ammirammo alla TV ad una delle più belle, sontuose e romantiche prestazioni della storia dei Mondiali. “For the ages” direbbero dall’altra parte dell’oceano.

La prestazione di Zidane contro il Brasile somiglia più ad una poesia che ad una partita di calcio. Una sequenza di finte, tocchi di fino, colpi di classe che chi ha visto in diretta, non dimenticherà più. L’assist per il goal decisivo di Henry, la ruleta -marchio di fabbrica della casa- a centrocampo, il sombrero a Ronaldo con l’appoggio di testa  -quella giocata portò mio cugino, che non conosceva una sola parola di francese, ad esclamare “et voila, monsieur Zinedine Zidane” senza rendersene conto, quasi fosse rapito da ciò che vedeva- il tocco di suola in mezzo a due con doppio passo successivo, le aperture di prima. Zidane quella sera illuminò nuovamente il mondo del pallone con la propria luce, sciorinando il meglio del proprio repertorio, dimostrando di essere ancora il migliore. I campioni verdeoro subirono una lezione di calcio difficile da digerire. I brasiliani furono costretti a salutare il Mondiale, ancora una volta, come otto anni prima. Adieu ai sogni di gloria.

Il sogno di Zidane si infranse, per la nostra gioia, sulla testata a Materazzi ed il cartellino rosso sventolato da Elizondo. Eppure quel quarto di finale non lo dimenticherò mai. Quando Zizou mise alle corde il quadrato magico. Lui, che sembrava avesse in testa un pallone disegnato dai capelli. Lui, che nel cielo di Francoforte, contro il Brasile, aggiunse un’altra stella alla sua già luminosa carriera. E allora, aveva ragione un vecchio saggio, quando diceva che “l’amore è solo un apostrofo rosa tra le parole Franco e Forte”. Sì, perché quella sera ci innamorammo tutti. Del signore con la pelata, il numero dieci sulle spalle e la magia nei piedi.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Mi racconti di Marco Van Basten?

Non l’ho mai visto giocare, eppure quando lo si nomina, al mio interlocutore, gli si illuminano gli occhi. È sempre, sempre così. Chiunque me ne parla lo fa con occhi sognanti, che brillano, come se stesse parlando di una donna con la quale hanno avuto un amore profondo. Le pupille guardano in alto, gli occhi diventano lucidi, un sorriso sincero, di quelli che non si tolgono. Ho visto adulti tornare bambini ed anziani parlarmene con un espressione che diceva “Eh, non puoi capire che ti sei perso”.

Spesso, di domenica, quando siamo a tavola ed esce fuori il discorso, si ripete sempre lo stesso copione. Mio zio, oltre settant’anni e milanista da generazioni, ne parla come se stesse parlando di un suo figlio. “Eh, er’ fort’ overament’, mica come questi calciatori di adesso?! Se solo le sue caviglie avessero retto di più…”, con lo sguardo che si perde verso il basso, tra i rimpianti. Mio fratello, tra una polpetta al ragù e una fritta mi urla, quasi come se avesse paura che fossi sordo: “Chill’ era un centravanti! Altro che gli attaccanti di adesso. Non c’è uno come lui”. E mio cugino, puntualmente, chiosa con un no-sense “Il Cigno di Utrecht!” nelle mie orecchie, per paura che mio fratello non abbia messo abbastanza a dura prova i miei timpani.

Di aneddoti e leggende su di lui ne ho sentite molte, di documentari ne ho visti altrettanti. Due goal tra quelli che ha segnato, che ho visto negli infiniti speciali a lui dedicati, mi sono rimasti impressi nella mente. La volèe segnata in finale ad EURO 1988 contro la Germania Ovest  da posizione impossibile: il destro al volo che si insacca incredibilmente al lato opposto lasciando di stucco tutti i presenti; e poi quel colpo di testa nella semifinale d’andata della Coppa Campioni 88-89, contro il Real Madrid. Un goal magnifico, siglato con una torsione del corpo che sfida le leggi della fisica. Una rete unica, che non ho mai visto fare a nessun altro.

Beh, ci sarà un motivo se è stato il fautore dell’unico trofeo internazionale conquistato dalla Nazionale olandese, cosa che nemmeno l’Arancia Meccanica di Cruijff è riuscita a fare.

Di calciatori ne ho visti tanti. Lui no, per motivi anagrafici non ho potuto vederlo. E di tanti calciatori mi sono fatto raccontare le gesta, le storie, da chi ha più anni di me. Da sempre, da quando sono piccolo. Ma nessuno riesce ad innescare quella scintilla, ad accendere la luce negli occhi come quando chiedo di lui, come quando faccio quella famosa domanda: MI RACCONTI DI MARCO VAN BASTEN?

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