Tra le mille cose da fare di questi giorni, non ho avuto tempo di scrivere qualcosa che avevo in testa da sabato scorso, da quando l’ho saputo. Un messaggio su Whatsapp di un amico, come si fa oggi.

La pratica non scritta, il riflesso incondizionato di ogni uomo, quasi per esorcizzare la sua cruda e triste realtà. Ripensare ai momenti in cui Josè Antonio Reyes c’era.

A quella sera di settembre del 2008 quando, appena diplomati, Mattia ci portò allo stadio (unico già patentato del gruppo) a vedere Napoli-Benfica. Il San Paolo vestito a festa, il goal di Vitale, i primi assaggi di Europa e quell’uomo lì, col numero 6, sulla fascia. Uno dei giocatori preferiti di mio fratello che, quando si fissava, era peggio di Smeagol con l’anello. In fondo ci innamoriamo tutti calcisticamente di calciatori senza capirne bene il motivo. A volte basta una finta, una giocata, e ti ritrovi a difenderlo nelle discussioni con gli amici o a puntarci al fantacalcio. Ed in effetti Reyes aveva le movenze ed il talento per farti innamorare.

L’esordio col Siviglia a sedici anni. Un talento che sembrava destinato a scrivere la storia del calcio. Magari non sarà diventato tra i calciatori più forti di sempre, ma la sua carriera, la sua storia l’ha scritta. Eccome se l’ha fatto.

Da giovanissimo nell’Arsenal degli Invicibili: primo spagnolo a vincere la Premier League. Un anno al Real,  ma con reti decisive, come la doppietta all’ultima giornata di Liga che consegnò il titolo al Real di Capello nel 2007. Poi gli anni delle Europa League vinte. Quattro addirittura; la prima con l’Atletico e le tre consecutive con il Siviglia. Record condiviso con Beto, Vitolo e Gameiro.

Una carriera fatta di spunti e serpentine sulla fascia. Con quel sinistro che fece innamorare mio fratello e tanti, tanti altri come lui.

E quel sinistro che fece innamorare mio fratello e tanti, tanti altri come lui. Fino a quel maledetto Whatsapp di sabato mattina. Quando tutto finisce, senza un motivo.

Insegna gli angeli a dribblare sulla fascia.