Ci sono stadi che non sono come gli altri. Mura che trasudano storia, che parlano di vittorie epiche e di sconfitte clamorose, di rimonte inaspettate e di 0-0 anonimi. Sediolini che raccontano di giornate passate con i genitori o con gli amici, di vecchie sigarette e giornali del giorno prima. Di birra e panini, di cola e caffè Borghetti.

Lo stadio è un luogo sacro. Un’arena che diventa teatro di una ritualità unica, antica, tramandata. Ce ne sono alcuni dove la storia, la tradizione, la avverti. Ne senti  la forza, se tifi per la squadra di casa ed il peso se sei un avversario. Come l’impianto di Liverpool e i suoi tifosi.

 Da esterno, lo percepisci subito, appena li vedi. Quella gente, quei tifosi, hanno una marcia in più. Un tutt’uno con la squadra, come se fossero legati da un filo lungo oltre cent’anni di storia. Elettricità che l’ambiente trasmette ai giocatori e viceversa.

 E poi, basta osservare il rosso della loro maglia. Quel colore, vivo, infuocato, che sembra già una minaccia, come per il toro. I Reds hanno qualcosa dentro, uno spirito ereditato da antichi fasti. Come se il coraggio di chi ha indossato quella maglia in passato, venisse tramandato a chi la mette oggi. Come l’energia dei tifosi: unica, trascinante, capace di entrare in campo. Una volta, Jose Mourinho disse non aver mai visto una curva segnare un goal, parlando del goal fantasma di Luis Garcia, quello che  eliminò  il suo Chelsea nelle semifinali Champions del 2005. La Kop è una delle curve più famose del mondo, uno dei simboli di quello stadio, il fulcro dell’appartenenza Reds.

L’abbiamo visto tante volte. Con la squadra alle corde come un pugile suonato, data per spacciata e poi…riemersa dalle ceneri come l’araba fenice, trascinata dall’energia impazzita dei tifosi, dall’anima di quello stadio, il dodicesimo uomo in campo. L’abbiamo visto, come contro l’Olympiakos nei preliminari di Champions nel 2004, come contro il Borussia Dortmund nella semifinale di Europa League  del 2016 da 3-1 a 4-3, come martedì col Barcellona. Dopo il 3-0 dell’andata con le prodezze di Messi, il ritorno, senza Salah e Firmino sembrava già scritto. Mai dare nulla per scontato quando c’è di mezzo quella squadra e quello stadio. Il 4-0 finale ci ha lasciato a bocca aperta. Messi a casa, in tutti i sensi. E poi quel canto, sempre lo stesso, per dire alla squadra che loro sì, comunque vada, al di là di quanto siano disperati, loro non cammineranno mai da soli.

Quello spirito, lo stesso che consegnò Istanbul alla storia del calcio tra le lacrime dei tifosi milanisti, è semplicemente la magia del calcio che ricomincia, ogni volta che un pallone rotola sul terreno di Anfield.

Perché è vero. Certe cose succedono solo lì. “It could only happens in Anfield”