Un pomeriggio qualsiasi a cavallo tra il 2011 e il 2012.

Io e Alfredo stavamo giocando a PES, come quasi tutti i pomeriggi di quel periodo. Oramai era diventato un appuntamento fisso. Alle tre del pomeriggio, puntualmente, senza che l’avessimo stabilito, si presentava a casa mia. D’altronde, abitavamo l’uno di fronte all’altro. Un accordo tacito, mai stipulato a gran voce. Scendevamo in Tavernetta ed iniziavamo a giocare. Ed io, puntualmente, gli dicevo sempre la stessa cosa: “Alfrè, massimo un tre quarti d’ora, che poi devo studiare eh”. “Sì, sì, figurati”. E alla fine si facevano sempre le cinque, cinque e mezzo, orario in cui spegnevo la Playstation per contrastare il peso della coscienza che mi opprimeva. Che poi, Alfredo andava via, ed io facevo finta di studiare, fino alle sette e mezzo/otto, senza “accucchiare” nulla, come si dice dalle nostre parti. Senza concludere niente, vabbè avete capito.

Era un periodo particolare, in cui ero in crisi con me stesso e con l’università. Mesi interi in cui provavo a studiare, ma non ci riuscivo. Lo facevo poco e male. Mentre, ad Alfredo, gli era scaduto il contratto nell’azienda in cui lavorava e non l’avevano richiamato. Eravamo entrambi tristi, non depressi, ma nemmeno troppo allegri per combattere la vita e i nostri demoni. Eppure non ce lo dicevamo, no. Ridevamo e scherzavamo come se nulla fosse. Ed in effetti, in quelle due ore pomeridiane di calcio virtuale, era davvero così: ci dimenticavamo tutto, perdendoci nella nostra comune passione: il football.

Un pomeriggio, non so come, arrivammo a parlare del Napoli di Maradona, che lui aveva vissuto bene essendo dieci anni più grande di me. Quel pomeriggio gli chiesi se per lui, Maradona, fosse stato davvero il più grande. La sua risposta mi stupì. “No. Per me è stato Cruijff”. “Cruijff? Ma mica l’hai vissuto?”. “No, quando lui ha smesso, ero ancora molto piccolo. Però ho visto tanti video, mi sono documentato, l’ho studiato. Era di un’eleganza pazzesca. L’uomo che ha rivoluzionato il calcio. Era avanti, soprattutto di testa”.

Da lì poi, mi raccontò tutto quello che pensava della cultura calcistica olandese che per lui rappresentava l’essenza vera del calcio. Poi, mi raccontò dell’Ajax dei “ragazzini” come li chiamava lui, quello che nella stagione 1994-95 vinse la Champions League contro il Milan, 1-0 con goal di Kluivert. “Ti rendi conto? A centrocampo c’erano Davids e Seedorf che avevano 23 e 19 anni. Una cosa del genere non succederà più…”. E da lì poi, partiva il nostro elogio personale a Clarence Seedorf, calciatore che entrambi amavamo alla follia e che avevamo adorato e sostenuto nelle campagne europee di Ancelotti, col Milan, specialmente nell’anno della vittoria ad Atene, nel 2007.

(Secondo orizzonte temporale) Martedì scorso, la sera di Juventus-Ajax.

Sono passati sette, otto anni da quei pomeriggi. È martedì, e stasera si gioca Juve-Ajax. Mentre sta per iniziare il secondo tempo della partita, Alfredo si presenta a casa mia. Come ai vecchi tempi, senza darmi un appuntamento. Eppure non lo vedevo da un po’. Adesso lui lavora ed è molto impegnato, mentre io sto finalmente preparando la tesi. Guardiamo in Tavernetta il secondo tempo del match, come abbiamo fatto per anni e anni, tra campionato, coppe europee e playstation. L’Ajax dei ragazzini terribili di Ten Hag si abbatte sulla Juve. Sono incredulo. Mi giro verso Alfredo e noto che anche lui lo è. Penso a quei pomeriggi di sette anni fa in cui mi parlava dell’Ajax dei ragazzini, ripetendomi che sarebbe stata irripetibile una cosa del genere. Mentre ci penso, Alfredo mi guarda e mi dice. “Ma che sta succedendo Do’? Siamo tornati indietro di vent’anni?!”. Ci stava pensando anche lui. “No, Alfrè. È tutto vero”.