Di storie di amore e di presunti tradimenti, il calcio ne ha viste tante. Storie di domeniche allo stadio, di panini e birra, di Caffè Borghetti ed applausi. Specialmente per i calciatori simbolo. I cosiddetti “idoli”, quelli più amati, quelli più forti. Quelli che rispondono al clichè del “vale da solo il prezzo del biglietto”.

Che poi, cliché o meno che sia, è tutto vero. Ci sono calciatori speciali; quelli che con il solo modo di accarezzare la palla, ti fanno emozionare. Quelli che quando la mamma ti diceva “copriti bene sullo stadio, che fa freddo”, tu pensavi “Chi se ne frega del freddo, speriamo che lui segni”. E di quei lui, ce ne sono stati tanti.  A Firenze lo sanno.

In maglia viola, di campioni ne sono passati diversi, giovani o navigati che fossero: da Batistuta ad Antognoni passando per Socrates ed Hamrin. Tra i giovani in particolare, se ne ricordano uno. Uno che, dopo un lunghissimo periodo di stop dovuto ad infortuni vari, esplose da ventenne, mostrando tutta la sua classe. Anche a Napoli se ne accorsero. Il 10 maggio 1987, non un giorno qualsiasi. Il Napoli vinse il suo primo scudetto pareggiando con la Fiorentina. Per gli ospiti però, il goal fu segnato da un ragazzino su punizione che mostrava i primi sprazzi della sua classe. Si chiamava Roberto e portava il “codino”.

Quel ragazzino segnò cinquantacinque goal in centotrentasei partite con la maglia viola. L’ultima di queste, fu la Finale di ritorno di Coppa Uefa tra Juventus e Fiorentina, persa dai gigliati, il 16 maggio del 1990. Dopo un paio di settimane, Roberto fu ceduto alla Juventus. Di quel trasferimento, negli anni a venire se ne sono dette tante. Lo stesso “Divin Codino” disse che fu venduto a sua insaputa. Qualcun altro addirittura sostenne che fu ricattato da Agnelli, altrimenti non sarebbe andato al Mondiale. Insomma, ne hanno dette di tutti i colori, viola compreso.

Eppure, alla fine, nel grande circo mediatico che fa da contorno al campo- che c’era già allora ma che oggi ha quasi soppiantato il rettangolo di gioco- ciò che resta, sono i sentimenti. Le emozioni. Il 6 aprile del ’91 infatti, il figliol prodigo torna a Firenze. La Fiorentina è in vantaggio, ma ai bianconeri viene dato un rigore. Dovrebbe batterlo l’uomo con il codino, ma si rifiuta. De Agostini sbaglia e, alla fine, il risultato non cambia. Roberto verrà sostituito a metà secondo tempo. Mentre sta per raggiungere la panchina, qualcuno gli lancia una sciarpa viola. Il codino, senza pensarci due volte, la indossa, in un mix tra fischi e applausi, di odio e amore, di quelli che provi verso la tua ex quando ti lascia.

Alla fine però il viola c’è e cozza con il bianconero della divisa; è il simbolo di ciò che resta. La cicatrice di un amore che ti ha segnato. Perché alla fine, oltre il business, oltre i soldi, ci sono il tifo e i sentimenti. E a Firenze lo sanno. Ed anche Roberto Baggio lo sa.