Di signori della panchina ne ho visti tanti. Ognuno con le proprie idee, la propria testa, con il loro personale modo di vedere il calcio. Da chi predilige il possesso palla, agli amanti del contropiede, da chi insiste sempre sulle fasce a chi si chiude col catenaccio.

Il tridente, le due punte, la difesa a tre, il centrocampo a cinque. Li ho visti perdersi nei moduli, districandosi a malapena nei loro labirinti mentali, tra numeri e soluzioni, cambi di gioco e transizioni.

Li ho visti, aggrapparsi al peso della loro filosofia, nel bene e nel male, talvolta sfidando i verdetti del campo e le opinioni altrui. Zeman e il 4-3-3, Delneri e il 4-4-2, Benitez e il suo 4-2-3-1. Alcuni attaccati a quelle quattro cifre come se fosse un mantra da difendere.  E poi gli spazi e il pressing di Guardiola, il calcio verticale di Mourinho, l’albero di Natale di Ancelotti, la difesa a tre di Mazzarri, il catenaccio vero o presunto di Simeone, con il suo Cholismo da difendere, e potrei andare avanti, avanti e avanti ancora come l’Olanda di Cruijff.

La verità è che ha ragione Morandi. Alla fine, l’allenatore è sempre lì, da solo, su quella maledetta panchina. Che ci sia il sole cocente dell’estate o il freddo gelido di Grande Inverno. I signori della panchina sono sempre lì, in quel dannato limbo tra la vittoria e la sconfitta, osannati o bersagliati, a seconda dei risultati e di ciò che dice il campo.

Che poi siamo sempre i primi a criticarli, a metterci nei loro panni, a sostenere di poter fare meglio di loro; basterebbe guardarsi un po’ nel profondo per capire che, in fondo, siamo un po’ tutti allenatori di fronte ai bivi della vita. Da soli, con le nostre scelte da prendere. In quel maledetto limbo che ci separa, tra la vittoria e la sconfitta.