Le storie de “Il volo del Dodo” – Non è un drink, è Paul Gascoigne

Quando una persona si comporta in un certo modo, ci si dovrebbe sempre interrogare sui motivi. Perché si arriva ad assumere determinati atteggiamenti.

La vita di Paul Gascoigne non è iniziata come la più classica delle favole. Paul nasce a Gateshead il 22 maggio 1967. La famiglia viveva in una singola stanza ad un piano superiore di una casa popolare. L’infanzia è uno dei periodi che ti segna maggiormente. E quella di Paul, beh, non è stata quella della famigliola felice. Un padre violento ed alcolizzato, una serie di disturbi che influenzarono, ovviamente, anche suo figlio. Pare che all’età di quindici anni, il giovane Paul avesse una dipendenza da slot machine e piccoli furti, e saltava dalla poltrona di uno strizzacervelli ad un’altra. Paul però aveva un sogno. Una luce, nella paura del buio che lo contraddistingueva: diventare un calciatore. A scuola faceva le prove del suo autografo urlando alle maestre che avrebbe realizzato il suo sogno.

Ed infatti quel sogno si realizza. Dopo alcuni provini falliti, arriva la squadra del destino: entra nelle giovanili del Newcastle, le cosiddette gazze. Da qui il suo storico soprannome. L’inizio di quella che sembrava essere una carriera scintillante. Ebbene Gazza la sua carriera l’ha fatta, ma sulle montagne russe. La follia ed il genio che si prendono a cazzotti, continuamente. Le reti, le giocate, l’alcool, la droga, gli scherzi: è un flusso continuo di alti e bassi, di buio e luce, che non si può distinguere. L’artista ed il suo demone. E Gazza danzerà continuamente con il suo demone, nell’arco di tutta la carriera, e anche oltre.

Follie assolute e perle memorabili, dentro e fuori dal campo. Dalle risse agli scherzi assurdi, dalle prodezze come la celebre punizione in semifinale di FA CUP quando indossava la maglia del Tottenham, o il colpo di testa nel derby di Roma da biancoceleste, passando per il quarto posto nel Mondiale ’90. E poi la depressione post carriera, i tentati suicidi, disintossicazioni fallite ed ogni tipo di eccesso che la mente umana possa concepire.

Di scherzi ne ha fatti tanti e ci vorrebbero ore per parlarne di tutti. Gennaro Gattuso, che da giovanissimo ha condiviso lo spogliatoio con lui ai Glasgow Rangers, racconta che Gazza gliene faceva di tutti i coleri, come quella volta che aveva usato i suoi calzini come se fossero un water. Eppure Ringhio, racconta di come Gazza lo avesse aiutato nella sua avventure scozzese. Un giorno gli comprò degli abiti -che i Rangers imponevano ai loro calciatori di indossare- dicendo che li avrebbe pagati la società. In realtà fu un regalo di Paul, in segreto.  Quand’era alla Lazio, rubò la foto del figlio appena nato di Gigi Corino, suo compagno di squadra, per presentarsi all’allenamento del giorno dopo con centinaia di magliette celebrative con quell’immagine.

Perché i pazzi sono così, hanno un gran cuore. Ed il genio e la follia non si possono separare. Lo Yin e lo Yang parlano chiaro: anche nel buio c’è una punta di luce e viceversa.

No, non è un drink, è Paul Gascoigne.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Baggio ed il viola

Di storie di amore e di presunti tradimenti, il calcio ne ha viste tante. Storie di domeniche allo stadio, di panini e birra, di Caffè Borghetti ed applausi. Specialmente per i calciatori simbolo. I cosiddetti “idoli”, quelli più amati, quelli più forti. Quelli che rispondono al clichè del “vale da solo il prezzo del biglietto”.

Che poi, cliché o meno che sia, è tutto vero. Ci sono calciatori speciali; quelli che con il solo modo di accarezzare la palla, ti fanno emozionare. Quelli che quando la mamma ti diceva “copriti bene sullo stadio, che fa freddo”, tu pensavi “Chi se ne frega del freddo, speriamo che lui segni”. E di quei lui, ce ne sono stati tanti.  A Firenze lo sanno.

In maglia viola, di campioni ne sono passati diversi, giovani o navigati che fossero: da Batistuta ad Antognoni passando per Socrates ed Hamrin. Tra i giovani in particolare, se ne ricordano uno. Uno che, dopo un lunghissimo periodo di stop dovuto ad infortuni vari, esplose da ventenne, mostrando tutta la sua classe. Anche a Napoli se ne accorsero. Il 10 maggio 1987, non un giorno qualsiasi. Il Napoli vinse il suo primo scudetto pareggiando con la Fiorentina. Per gli ospiti però, il goal fu segnato da un ragazzino su punizione che mostrava i primi sprazzi della sua classe. Si chiamava Roberto e portava il “codino”.

Quel ragazzino segnò cinquantacinque goal in centotrentasei partite con la maglia viola. L’ultima di queste, fu la Finale di ritorno di Coppa Uefa tra Juventus e Fiorentina, persa dai gigliati, il 16 maggio del 1990. Dopo un paio di settimane, Roberto fu ceduto alla Juventus. Di quel trasferimento, negli anni a venire se ne sono dette tante. Lo stesso “Divin Codino” disse che fu venduto a sua insaputa. Qualcun altro addirittura sostenne che fu ricattato da Agnelli, altrimenti non sarebbe andato al Mondiale. Insomma, ne hanno dette di tutti i colori, viola compreso.

Eppure, alla fine, nel grande circo mediatico che fa da contorno al campo- che c’era già allora ma che oggi ha quasi soppiantato il rettangolo di gioco- ciò che resta, sono i sentimenti. Le emozioni. Il 6 aprile del ’91 infatti, il figliol prodigo torna a Firenze. La Fiorentina è in vantaggio, ma ai bianconeri viene dato un rigore. Dovrebbe batterlo l’uomo con il codino, ma si rifiuta. De Agostini sbaglia e, alla fine, il risultato non cambia. Roberto verrà sostituito a metà secondo tempo. Mentre sta per raggiungere la panchina, qualcuno gli lancia una sciarpa viola. Il codino, senza pensarci due volte, la indossa, in un mix tra fischi e applausi, di odio e amore, di quelli che provi verso la tua ex quando ti lascia.

Alla fine però il viola c’è e cozza con il bianconero della divisa; è il simbolo di ciò che resta. La cicatrice di un amore che ti ha segnato. Perché alla fine, oltre il business, oltre i soldi, ci sono il tifo e i sentimenti. E a Firenze lo sanno. Ed anche Roberto Baggio lo sa.

Le storie de “Il volo del Dodo” – La perla di Utrera

Tra le mille cose da fare di questi giorni, non ho avuto tempo di scrivere qualcosa che avevo in testa da sabato scorso, da quando l’ho saputo. Un messaggio su Whatsapp di un amico, come si fa oggi.

La pratica non scritta, il riflesso incondizionato di ogni uomo, quasi per esorcizzare la sua cruda e triste realtà. Ripensare ai momenti in cui Josè Antonio Reyes c’era.

A quella sera di settembre del 2008 quando, appena diplomati, Mattia ci portò allo stadio (unico già patentato del gruppo) a vedere Napoli-Benfica. Il San Paolo vestito a festa, il goal di Vitale, i primi assaggi di Europa e quell’uomo lì, col numero 6, sulla fascia. Uno dei giocatori preferiti di mio fratello che, quando si fissava, era peggio di Smeagol con l’anello. In fondo ci innamoriamo tutti calcisticamente di calciatori senza capirne bene il motivo. A volte basta una finta, una giocata, e ti ritrovi a difenderlo nelle discussioni con gli amici o a puntarci al fantacalcio. Ed in effetti Reyes aveva le movenze ed il talento per farti innamorare.

L’esordio col Siviglia a sedici anni. Un talento che sembrava destinato a scrivere la storia del calcio. Magari non sarà diventato tra i calciatori più forti di sempre, ma la sua carriera, la sua storia l’ha scritta. Eccome se l’ha fatto.

Da giovanissimo nell’Arsenal degli Invicibili: primo spagnolo a vincere la Premier League. Un anno al Real,  ma con reti decisive, come la doppietta all’ultima giornata di Liga che consegnò il titolo al Real di Capello nel 2007. Poi gli anni delle Europa League vinte. Quattro addirittura; la prima con l’Atletico e le tre consecutive con il Siviglia. Record condiviso con Beto, Vitolo e Gameiro.

Una carriera fatta di spunti e serpentine sulla fascia. Con quel sinistro che fece innamorare mio fratello e tanti, tanti altri come lui.

E quel sinistro che fece innamorare mio fratello e tanti, tanti altri come lui. Fino a quel maledetto Whatsapp di sabato mattina. Quando tutto finisce, senza un motivo.

Insegna gli angeli a dribblare sulla fascia.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Elogio a Sarri

Stia, Faellese, Cavriglia, Antella, Valdema, Tegoleto, Sansovino, Sangiovannese. No, non sono le tappe di nuovo tour turistico. Sono semplicemente le prime otto squadre allenate da Maurizio Sarri; le potete leggere tranquillamente aprendo la pagina Wikipedia dell’allenatore toscano. E poi Pescara, Arezzo, Avellino, Hellas Verona, Perugia, Grosseto, Alessandria e Sorrento. Tutte squadre allenate prima della grande occasione: Empoli. Il trampolino di lancio prima della svolta vera e propria, quella della consacrazione: la panchina del Napoli.

E lì, lo scudetto sfiorato, con gioco magnifico. 91 punti, quarta prestazione di sempre in Serie A, e titolo perso al fotofinish contro la corazzata Juventus. Un calcio fantastico, il migliore degli ultimi vent’anni in Italia. Una macchina perfetta che ha incantato tutto lo Stivale.

Dopo la fine del matrimonio azzurro, si cambia nazione e tonalità. Destinazione Inghilterra, direzione Londra, sponda blues. Il Chelsea decide di affidargli la panchina. Una stagione turbolenta, più all’esterno che nel rettangolo di gioco. Le polemiche, la diffidenza, un modello difficilmente applicabile in una realtà diversa. Alla fine però, come sempre, a parlare sono i risultati. Finale di Coppa di Lega persa solo ai rigori contro il City di Guardiola, terzo posto in campionato e qualificazione in Champions League raggiunta. Tutto questo, fino alla serata di ieri. A Baku si gioca la finale di Europa League. Chelsea contro Arsenal. Sarri contro Emery. L’esordiente contro il re dell’Europa League. Alla fine i Blues vincono e Maurizio Sarri conquista il suo primo trofeo in carriera tra i professionisti.

Eppure, riavvolgendo il nastro, fa davvero effetto. Perché nel 2011-12 allenava il Sorrento, in Lega Pro, venendo esonerato nel mese di dicembre. Sette anni e mezzo dopo, lo stesso allenatore vince la vecchia Coppa Uefa. La notte di Baku è il coronamento della favola Sarriana. Mi chiedo cosa possa provare un allenatore che ha calcato la polvere dei campi di provincia, assaggiando il fango delle categorie inferiori, arrivando poi fino al calcio inglese, all’odore dell’erba bagnata, alle linee perfette di Stamford Bridge. Dalla seconda categoria fino al trionfo in Europa League.

Le critiche per la tuta e le sigarette, per gli atteggiamenti, per l’integralismo; lui è andato avanti per la sua strada, perseguendo le proprie idee, lasciando il lavoro in banca, dedicandosi al calcio a tempo pieno –per fortuna-. Ed alla fine ha avuto ragione. La parabola di Sarri dimostra che bisogna credere nei sogni, in sé stessi e nelle proprie convinzioni.

Se vi va di indossare la tuta, mettetela. Se vi va di andare avanti a caffè e sigarette, beh, fatelo ma date sempre un occhio alla salute. Se credete nella bellezza, perseguitela e non cambiate strada. Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il Mondo. Jep Gambardella asseriva che si vive di sparuti incostanti sprazzi di bellezza. Con la bellezza si vince. Ed anche Sarri, lo sa. 

Le storie de “Il volo del Dodo” – Un sogno lungo una Vives (Radio Edition)

I ragazzi dalle maglie granata appartengono all’Accademia di Giuseppe Vives, ex centrocampista del Torino. Penso spesso alla sua storia. Mi sovviene quando gioca contro il Napoli, quando attacco la sua figurina. La favola di Vives è cominciata proprio qui, sui campi polverosi della provincia, ed in particolare su questo campo: lo stadio Comunale di Sant’Anastasia. 

Vives faceva parte della leva più florida della squadra vesuviana. Lo Stasia che dall’Eccellenza passò in D fino a disputare la C2. Al di fuori dei confini locali, in pochi sanno che in quegli anni tanti calciatori di categoria superiore passarono da queste parti: Sardo, Capuano -oltre a Vives- su tutti, gente che ha giocato diversi anni in A, piuttosto che Morfù, Vastola e tanti altri che hanno fatto molta Serie B e Serie C. Nel periodo degli anni d’oro, Sant’Anastasia è stato un bel trampolino di lancio, non c’è che dire. 

Non posso far altro che pensare alla bellezza della vita. Vives ha cominciato respirando la terra e la polvere di questi campi; la gavetta, il grande salto nei professionisti, la chiamata di Zeman al Lecce, la Serie A, il primo goal contro il Chievo e poi gli anni al Torino; la consacrazione definitiva, l’Europa League e la vittoria del Toro al San Mames. Unica squadra italiana ad espugnare lo storico impianto dell’Athletic Bilbao. Lui c’era. Una meravigliosa escalation fino alla cessione alla Pro Vercelli in cadetteria, ultime pagine di una fantastica carriera da scrivere. 

Dal “De Cicco” al “San Mames”. Un sogno lungo una carriera. Adesso dei ragazzi della sua accademia indossano la stessa maglia della squadra che ha fatto grande il loro Maestro, calcando lo stesso campo su cui ha mosso i primi passi. Curiosa la vita, vero?

Mentre penso a tutto questo, le urla che sento mi fanno ritornare sulla terra. La “Vives” ha appena segnato il goal della vittoria a tempo scaduto (2-3 il finale). In fondo i piccoli Vives non crescono poi tanto male…

(Febbraio 14-15, Sedicesimi EL)

Perché abbiamo bisogno di Festival come il MI AMI

Il MI AMI festival è finito. Anche quest’anno mi è passato addosso lasciandomi in una dimensione parallela che per voi tutti è durata tre giorni, per me -e per chi c’era- un tempo indefinito. E poi mi ha sputato di nuovo in quella reale. Così si è riconfermata questa esperienza, un viaggio, una boccata d’aria, energia rinnovata. Eventi come questo non sono solo svago, sono lo specchio dei non arresi, sono un’occasione di crescita e condivisione, di conoscenza e di cultura. Perché bisogna ricordarsi che la musica è molto di più che un passatempo, un diversivo.

La musica ti insegna sempre o ti suggerisce le soluzioni, la musica aiuta a leggerti dentro e, a volte, ti fornisce le lenti per guardarti meglio intorno. Se credi di conoscerti bene e di vedere chiaro non è quasi mai così.  Ecco perché abbiamo bisogno di festival come questo, che nonostante le ripetute poche ore di sonno è riuscito a farmi tornare a casa ricaricata, felice e rinvigorita.

Per chi ancora non lo conoscesse, il MI AMI -Festival della Musica e dei Baci- è organizzato dall’agenzia creativa Better Days e da Rockit.

Arrivato alla quindicesima edizione con un programma temerario di tre giorni (24-25-26 maggio presso il Circolo Magnolia a Milano), si è  confermato il festival evento imprescindibile per la musica italiana.

Il tema scelto quest’anno era Amor Vincit Omnia, perché, come recita l’edizione speciale di rockit dedicata al festival e distribuita all’ingresso: “il MIAMI non è un festival, ma una promessa d’amore. Qualcosa come volersi bene. Avere coraggio. Selezionare le cose serie ed importanti, e lasciare perdere le stronzate. (…) Insomma: prendersi cura. Con grazia e devozione. E crederci, sempre. Perché così, nonostante la peste, forse, insieme ce la faremo”

Da questa breve introduzione alla guida del festival si può ben comprendere lo spirito con cui si gettano le basi e poi si affrontano questa serie di concerti, a partire dall’organizzazione. L’importanza di un pizzico di poesia in questa vita che non perde occasione per prenderci a schiaffi.

Come dire: “Siamo umani, tutti. Accettiamolo e festeggiamo insieme il fatto che, nonostante tutto quello che c’è fuori, siamo vivi. E se lo siamo, per gran parte lo dobbiamo all’amore”.

Il Circolo Magnolia è stato assalito da questa energia, proiettata sui quattro palchi spalmati sulla zona.

Ed è così che si sono susseguiti sullo stesso palco cantautori come Riccardo Sinigallia e Motta, Mahmood e Myss Keta, Giorgio Canali, Di Martino e Luca Carboni. Coma Cose e FASK.  Giorgio Poi e Franco 126. Any Other e I hate my village. Tutti a ricordarci che non esistono etichette da accostare alla musica bella, al di fuori di quelle discografiche. E come se fosse la cosa più naturale del mondo, ci si arricchisce reciprocamente, si cambia palco, si sale su quello di un amico per eseguire un brano insieme oppure si gira a guardare ed ascoltare qualcun altro, tra il pubblico. Ci si mischia tra di noi, insieme a loro. Un noi ed un loro da cui al Miami si fatica a percepire la distanza.

Questa condivisione di spazi ci ha regalato tante sorprese, ha creato i presupposti per uno spettacolo che difficilmente si ripeterà così, nell’ensemble.

L’aspettativa, chiaramente, mentre si passa da un palco all’altro, è quella di trovarsi davanti a qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che si è ascoltato in precedenza. Senza farsi troppe domande, perché, inesorabilmente, accadrà qualcosa che non ti aspetti. Ed in effetti l’impressione è stata quella di visitare mondi differenti ma complementari. Entrarci ed uscirci senza deciderlo pienamente, regalando una parte di te a loro e prendendone una parte a tua volta. È quello che accade ai concerti, quelli belli.

Se chiudo gli occhi sento ancora l’eco della musica e l’odore di erba bagnata. Qualcuno diceva che la pioggia è amica dei sentimenti. Lo è stata anche stavolta. Promessa mantenuta: Amor Vincit Omnia.

Alla prossima edizione MI AMI.

Liana Pesce

Le storie de “Il volo del Dodo” – Allenatore

Di signori della panchina ne ho visti tanti. Ognuno con le proprie idee, la propria testa, con il loro personale modo di vedere il calcio. Da chi predilige il possesso palla, agli amanti del contropiede, da chi insiste sempre sulle fasce a chi si chiude col catenaccio.

Il tridente, le due punte, la difesa a tre, il centrocampo a cinque. Li ho visti perdersi nei moduli, districandosi a malapena nei loro labirinti mentali, tra numeri e soluzioni, cambi di gioco e transizioni.

Li ho visti, aggrapparsi al peso della loro filosofia, nel bene e nel male, talvolta sfidando i verdetti del campo e le opinioni altrui. Zeman e il 4-3-3, Delneri e il 4-4-2, Benitez e il suo 4-2-3-1. Alcuni attaccati a quelle quattro cifre come se fosse un mantra da difendere.  E poi gli spazi e il pressing di Guardiola, il calcio verticale di Mourinho, l’albero di Natale di Ancelotti, la difesa a tre di Mazzarri, il catenaccio vero o presunto di Simeone, con il suo Cholismo da difendere, e potrei andare avanti, avanti e avanti ancora come l’Olanda di Cruijff.

La verità è che ha ragione Morandi. Alla fine, l’allenatore è sempre lì, da solo, su quella maledetta panchina. Che ci sia il sole cocente dell’estate o il freddo gelido di Grande Inverno. I signori della panchina sono sempre lì, in quel dannato limbo tra la vittoria e la sconfitta, osannati o bersagliati, a seconda dei risultati e di ciò che dice il campo.

Che poi siamo sempre i primi a criticarli, a metterci nei loro panni, a sostenere di poter fare meglio di loro; basterebbe guardarsi un po’ nel profondo per capire che, in fondo, siamo un po’ tutti allenatori di fronte ai bivi della vita. Da soli, con le nostre scelte da prendere. In quel maledetto limbo che ci separa, tra la vittoria e la sconfitta.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Dodo e company

Lunedì sei maggio. Sono a casa davanti alla TV. Il Milan ha appena battuto il Bologna per 2-1 -al termine di una partita bella, dal finale turbolento- per la gioia di mio zio, milanista da generazioni, a cui concedo  il lusso di guardare il Diavolo quando non gioca in concomitanza con il Napoli. Altrimenti, beh, guarderemmo gli azzurri. Ovviamente.

Al triplice fischio, cambio canale e vedo un pallone che si insacca al sette dopo una sassata terribile. Guardo il replay successivo e mi rendo conto che ha segnato il Manchester City. Ah già è vero! Stasera il City si gioca un pezzo di Premier contro il Leicester. L’hanno sbloccata, dopo settanta minuti di porte inviolate. Penso tra a me e me che quel goal l’abbia segnato un attaccante o uno dei mille centrocampisti offensivi dei Citizens. Invece no, niente di tutto questo. La conformazione ed il numero di maglia non mentono: quel goal l’ha segnato Vincent Kompany.

Ed in un attimo, ho un dejavu. Come in un film già visto, mi ricordo di un altro goal di Kompany, sempre decisivo per la Premier, segnato nell’aprile del 2012. Una zuccata su angolo, uno stacco sopra la testa di Smalling nel derby contro lo United, una rete importante per il City di Mancini e la sua cavalcata al titolo del 2012.

Stasera, come sette anni prima, ancora lui, ancora il capitano. Stavolta con un capolavoro, un destro nel sette che non lascia scampo al figlio di Schmeichel. Il sette appunto, come gli anni che sono passati dal derby del 2012, anni in cui il difensore belga ha sofferto tanti infortuni, ma che spesso ha saputo esserci quando contava, come stasera, o come quella volta nel derby. Qualcosa di diverso c’è però. Più di qualcosa.

 Perché quella sera di fine aprile del 2012, eravamo in tanti a casa mia, nella mia Tavernetta, a seguire il derby inglese. Stasera invece, siamo solo io e mio zio, ad aver visto Milan-Bologna. Ripenso a chi c’era all’epoca, a quel periodo, quando io e miei amici stavamo sempre insieme a guardare le partite, a quando mio zio ci diceva “So arrivati eh’, Dodo e company”. Invece, stasera, i miei amici non ci sono. In tanti vivono e lavorano fuori, mentre quelli che sono qui sono tutti presi dai loro impegni.

E allora, mi piace pensare che ognuno di loro stasera, guardando il goal di Kompany, abbia ripensato a quella sera e quel periodo. A quando il cazzeggio e le partite, erano le sole cose che ci interessavano. A quando eravamo Dodo e company. Mentre adesso siamo solo Dodo e Kompany. E mio zio.

Le storie de “Il volo del Dodo” – La magia di Anfield

Ci sono stadi che non sono come gli altri. Mura che trasudano storia, che parlano di vittorie epiche e di sconfitte clamorose, di rimonte inaspettate e di 0-0 anonimi. Sediolini che raccontano di giornate passate con i genitori o con gli amici, di vecchie sigarette e giornali del giorno prima. Di birra e panini, di cola e caffè Borghetti.

Lo stadio è un luogo sacro. Un’arena che diventa teatro di una ritualità unica, antica, tramandata. Ce ne sono alcuni dove la storia, la tradizione, la avverti. Ne senti  la forza, se tifi per la squadra di casa ed il peso se sei un avversario. Come l’impianto di Liverpool e i suoi tifosi.

 Da esterno, lo percepisci subito, appena li vedi. Quella gente, quei tifosi, hanno una marcia in più. Un tutt’uno con la squadra, come se fossero legati da un filo lungo oltre cent’anni di storia. Elettricità che l’ambiente trasmette ai giocatori e viceversa.

 E poi, basta osservare il rosso della loro maglia. Quel colore, vivo, infuocato, che sembra già una minaccia, come per il toro. I Reds hanno qualcosa dentro, uno spirito ereditato da antichi fasti. Come se il coraggio di chi ha indossato quella maglia in passato, venisse tramandato a chi la mette oggi. Come l’energia dei tifosi: unica, trascinante, capace di entrare in campo. Una volta, Jose Mourinho disse non aver mai visto una curva segnare un goal, parlando del goal fantasma di Luis Garcia, quello che  eliminò  il suo Chelsea nelle semifinali Champions del 2005. La Kop è una delle curve più famose del mondo, uno dei simboli di quello stadio, il fulcro dell’appartenenza Reds.

L’abbiamo visto tante volte. Con la squadra alle corde come un pugile suonato, data per spacciata e poi…riemersa dalle ceneri come l’araba fenice, trascinata dall’energia impazzita dei tifosi, dall’anima di quello stadio, il dodicesimo uomo in campo. L’abbiamo visto, come contro l’Olympiakos nei preliminari di Champions nel 2004, come contro il Borussia Dortmund nella semifinale di Europa League  del 2016 da 3-1 a 4-3, come martedì col Barcellona. Dopo il 3-0 dell’andata con le prodezze di Messi, il ritorno, senza Salah e Firmino sembrava già scritto. Mai dare nulla per scontato quando c’è di mezzo quella squadra e quello stadio. Il 4-0 finale ci ha lasciato a bocca aperta. Messi a casa, in tutti i sensi. E poi quel canto, sempre lo stesso, per dire alla squadra che loro sì, comunque vada, al di là di quanto siano disperati, loro non cammineranno mai da soli.

Quello spirito, lo stesso che consegnò Istanbul alla storia del calcio tra le lacrime dei tifosi milanisti, è semplicemente la magia del calcio che ricomincia, ogni volta che un pallone rotola sul terreno di Anfield.

Perché è vero. Certe cose succedono solo lì. “It could only happens in Anfield”

Le storie de “Il volo del Dodo” – Punizioni

Le punizioni rappresentano un mondo a sé. È come se ci fosse una magia nella magia, una specie di Matrioska nel rettangolo verde.  Un rituale sacro, che spesso rappresenta l’unico modo per far saltare il banco quando la partita è chiusa, o l’ultima preghiera, quando ti serve necessariamente un goal ed il tempo sta per finire.

Un rito fatto dal prendere il pallone con le mani, l’inverso di quanto dice il gioco, una contraddizione, un patto con il diavolo in cambio di una speranza di far goal. Il pallone posizionato sul punto di battuta, lo sguardo verso la barriera pensando a come fare per superarla, come il Night King del Trono di Spade.  Da sopra alla Pirlo, di potenza alla Adriano, sotto come Ronaldinho, ad effetto come Roberto Carlos. Scegliere qual è la tecnica migliore in base alla posizione e all’angolazione della stessa.

Dopo c’è la rincorsa contando i passi, indietreggiando, centellinando il respiro, per trovare la concentrazione adatta, per svuotare i pensieri, visualizzare la traiettoria da disegnare per battere il nemico: l’uomo col numero uno.

E poi la parte più difficile. Il momento dell’esecuzione. Il calcio. Basta commettere un piccolo errore, e la palla si stampa sulla barriera o finisce in curva. A volta la barriera può essere tua amica facendosi passare la palla sotto o in mezzo o magari deviandola per mandare fuori tempo il portiere.

 Tecnica, temperamento, istinto. Ci vuole questo ed altro per realizzarle. L’istinto, quello dei grandi campioni, degli specialisti, coloro che delle punizioni hanno fatto un marchio di fabbrica. A volte, basta guardare negli occhi il tiratore per capirne l’esito. Se finirà con mani in faccia o se saranno abbracci. Come Messi qualche giorno fa, come Cristiano Ronaldo contro la Spagna al mondiale russo o come Maradona contro la Juve, il giorno in cui sfidò le leggi della fisica. Lo sai già. Lo sai. Capisci già come andrà a finire.

E allora, in quei momenti, sai già che quel signore lì, quello che resta tutto il tempo sulla dannata linea bianca, quello che difende l’ammasso di pali e rete, potrà solo raccogliere il pallone in fondo al sacco.  E allora la punizione, nel vero senso della parola, colpirà solo il numero uno.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Il primo luglio di Zidane

Il primo luglio del 2006 si giocava una partita speciale. Ci sono partite e partite. Alcune anonime, che finiscono nel dimenticatoio. Altre invece, sono destinate a scrivere capitoli indelebili nella storia dello sport.

Il primo luglio di  tredici anni fa, andava in scena il quarto di finale del Mondiale 2006. Di fronte, il Brasile e la Francia, remake della finale di Saint-Denis di otto anni prima. In copertina, i protagonisti, sempre loro due, decisivi, nel bene e nel male: Ronaldo contro Zidane. Il Fenomeno, otto prima, aveva dovuto giocare una finale benchè non fosse minimamente in condizione per farlo, tra presunte pressioni degli sponsor e dei media. La scena di Ronaldo che scende dalla scaletta dell’aereo zoppicando, il giorno dopo la partita, ce la ricordiamo tutti. L’alone di mistero che circonda quella partita esiste ancora. Ma quella, è un’altra storia che magari, un giorno che vi racconteremo.

Nella finale di Parigi, Zidane segnò una doppietta e fu decisivo. Otto anni dopo, il Brasile vuole vendicare quella sconfitta. E i favori del pronostico pendono verso la Seleçao, una squadra piena di campioni. Kakà, Ronaldinho, Ronaldo, Robinho, Adriano, Roberto Carlos…i nomi parlano da soli. Eppure, nella Francia che comunque aveva un organico di tutto rispetto, il protagonista più atteso, il maestro di musica era sempre lui: monsieur Zinedine Zidane. Uno dei più grandi calciatori della storia, all’ultima recita. Lui che sognava di raggiungere la finale e vincerla, per chiudere la prestigiosa carriera nel migliore dei modi. E quella sera del primo luglio, in una calda serata estiva, a casa mia ammirammo alla TV ad una delle più belle, sontuose e romantiche prestazioni della storia dei Mondiali. “For the ages” direbbero dall’altra parte dell’oceano.

La prestazione di Zidane contro il Brasile somiglia più ad una poesia che ad una partita di calcio. Una sequenza di finte, tocchi di fino, colpi di classe che chi ha visto in diretta, non dimenticherà più. L’assist per il goal decisivo di Henry, la ruleta -marchio di fabbrica della casa- a centrocampo, il sombrero a Ronaldo con l’appoggio di testa  -quella giocata portò mio cugino, che non conosceva una sola parola di francese, ad esclamare “et voila, monsieur Zinedine Zidane” senza rendersene conto, quasi fosse rapito da ciò che vedeva- il tocco di suola in mezzo a due con doppio passo successivo, le aperture di prima. Zidane quella sera illuminò nuovamente il mondo del pallone con la propria luce, sciorinando il meglio del proprio repertorio, dimostrando di essere ancora il migliore. I campioni verdeoro subirono una lezione di calcio difficile da digerire. I brasiliani furono costretti a salutare il Mondiale, ancora una volta, come otto anni prima. Adieu ai sogni di gloria.

Il sogno di Zidane si infranse, per la nostra gioia, sulla testata a Materazzi ed il cartellino rosso sventolato da Elizondo. Eppure quel quarto di finale non lo dimenticherò mai. Quando Zizou mise alle corde il quadrato magico. Lui, che sembrava avesse in testa un pallone disegnato dai capelli. Lui, che nel cielo di Francoforte, contro il Brasile, aggiunse un’altra stella alla sua già luminosa carriera. E allora, aveva ragione un vecchio saggio, quando diceva che “l’amore è solo un apostrofo rosa tra le parole Franco e Forte”. Sì, perché quella sera ci innamorammo tutti. Del signore con la pelata, il numero dieci sulle spalle e la magia nei piedi.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Mi racconti di Marco Van Basten?

Non l’ho mai visto giocare, eppure quando lo si nomina, al mio interlocutore, gli si illuminano gli occhi. È sempre, sempre così. Chiunque me ne parla lo fa con occhi sognanti, che brillano, come se stesse parlando di una donna con la quale hanno avuto un amore profondo. Le pupille guardano in alto, gli occhi diventano lucidi, un sorriso sincero, di quelli che non si tolgono. Ho visto adulti tornare bambini ed anziani parlarmene con un espressione che diceva “Eh, non puoi capire che ti sei perso”.

Spesso, di domenica, quando siamo a tavola ed esce fuori il discorso, si ripete sempre lo stesso copione. Mio zio, oltre settant’anni e milanista da generazioni, ne parla come se stesse parlando di un suo figlio. “Eh, er’ fort’ overament’, mica come questi calciatori di adesso?! Se solo le sue caviglie avessero retto di più…”, con lo sguardo che si perde verso il basso, tra i rimpianti. Mio fratello, tra una polpetta al ragù e una fritta mi urla, quasi come se avesse paura che fossi sordo: “Chill’ era un centravanti! Altro che gli attaccanti di adesso. Non c’è uno come lui”. E mio cugino, puntualmente, chiosa con un no-sense “Il Cigno di Utrecht!” nelle mie orecchie, per paura che mio fratello non abbia messo abbastanza a dura prova i miei timpani.

Di aneddoti e leggende su di lui ne ho sentite molte, di documentari ne ho visti altrettanti. Due goal tra quelli che ha segnato, che ho visto negli infiniti speciali a lui dedicati, mi sono rimasti impressi nella mente. La volèe segnata in finale ad EURO 1988 contro la Germania Ovest  da posizione impossibile: il destro al volo che si insacca incredibilmente al lato opposto lasciando di stucco tutti i presenti; e poi quel colpo di testa nella semifinale d’andata della Coppa Campioni 88-89, contro il Real Madrid. Un goal magnifico, siglato con una torsione del corpo che sfida le leggi della fisica. Una rete unica, che non ho mai visto fare a nessun altro.

Beh, ci sarà un motivo se è stato il fautore dell’unico trofeo internazionale conquistato dalla Nazionale olandese, cosa che nemmeno l’Arancia Meccanica di Cruijff è riuscita a fare.

Di calciatori ne ho visti tanti. Lui no, per motivi anagrafici non ho potuto vederlo. E di tanti calciatori mi sono fatto raccontare le gesta, le storie, da chi ha più anni di me. Da sempre, da quando sono piccolo. Ma nessuno riesce ad innescare quella scintilla, ad accendere la luce negli occhi come quando chiedo di lui, come quando faccio quella famosa domanda: MI RACCONTI DI MARCO VAN BASTEN?

Le storie de “Il volo del Dodo” – Colpa d’Alfredo. E non solo

Un pomeriggio qualsiasi a cavallo tra il 2011 e il 2012.

Io e Alfredo stavamo giocando a PES, come quasi tutti i pomeriggi di quel periodo. Oramai era diventato un appuntamento fisso. Alle tre del pomeriggio, puntualmente, senza che l’avessimo stabilito, si presentava a casa mia. D’altronde, abitavamo l’uno di fronte all’altro. Un accordo tacito, mai stipulato a gran voce. Scendevamo in Tavernetta ed iniziavamo a giocare. Ed io, puntualmente, gli dicevo sempre la stessa cosa: “Alfrè, massimo un tre quarti d’ora, che poi devo studiare eh”. “Sì, sì, figurati”. E alla fine si facevano sempre le cinque, cinque e mezzo, orario in cui spegnevo la Playstation per contrastare il peso della coscienza che mi opprimeva. Che poi, Alfredo andava via, ed io facevo finta di studiare, fino alle sette e mezzo/otto, senza “accucchiare” nulla, come si dice dalle nostre parti. Senza concludere niente, vabbè avete capito.

Era un periodo particolare, in cui ero in crisi con me stesso e con l’università. Mesi interi in cui provavo a studiare, ma non ci riuscivo. Lo facevo poco e male. Mentre, ad Alfredo, gli era scaduto il contratto nell’azienda in cui lavorava e non l’avevano richiamato. Eravamo entrambi tristi, non depressi, ma nemmeno troppo allegri per combattere la vita e i nostri demoni. Eppure non ce lo dicevamo, no. Ridevamo e scherzavamo come se nulla fosse. Ed in effetti, in quelle due ore pomeridiane di calcio virtuale, era davvero così: ci dimenticavamo tutto, perdendoci nella nostra comune passione: il football.

Un pomeriggio, non so come, arrivammo a parlare del Napoli di Maradona, che lui aveva vissuto bene essendo dieci anni più grande di me. Quel pomeriggio gli chiesi se per lui, Maradona, fosse stato davvero il più grande. La sua risposta mi stupì. “No. Per me è stato Cruijff”. “Cruijff? Ma mica l’hai vissuto?”. “No, quando lui ha smesso, ero ancora molto piccolo. Però ho visto tanti video, mi sono documentato, l’ho studiato. Era di un’eleganza pazzesca. L’uomo che ha rivoluzionato il calcio. Era avanti, soprattutto di testa”.

Da lì poi, mi raccontò tutto quello che pensava della cultura calcistica olandese che per lui rappresentava l’essenza vera del calcio. Poi, mi raccontò dell’Ajax dei “ragazzini” come li chiamava lui, quello che nella stagione 1994-95 vinse la Champions League contro il Milan, 1-0 con goal di Kluivert. “Ti rendi conto? A centrocampo c’erano Davids e Seedorf che avevano 23 e 19 anni. Una cosa del genere non succederà più…”. E da lì poi, partiva il nostro elogio personale a Clarence Seedorf, calciatore che entrambi amavamo alla follia e che avevamo adorato e sostenuto nelle campagne europee di Ancelotti, col Milan, specialmente nell’anno della vittoria ad Atene, nel 2007.

(Secondo orizzonte temporale) Martedì scorso, la sera di Juventus-Ajax.

Sono passati sette, otto anni da quei pomeriggi. È martedì, e stasera si gioca Juve-Ajax. Mentre sta per iniziare il secondo tempo della partita, Alfredo si presenta a casa mia. Come ai vecchi tempi, senza darmi un appuntamento. Eppure non lo vedevo da un po’. Adesso lui lavora ed è molto impegnato, mentre io sto finalmente preparando la tesi. Guardiamo in Tavernetta il secondo tempo del match, come abbiamo fatto per anni e anni, tra campionato, coppe europee e playstation. L’Ajax dei ragazzini terribili di Ten Hag si abbatte sulla Juve. Sono incredulo. Mi giro verso Alfredo e noto che anche lui lo è. Penso a quei pomeriggi di sette anni fa in cui mi parlava dell’Ajax dei ragazzini, ripetendomi che sarebbe stata irripetibile una cosa del genere. Mentre ci penso, Alfredo mi guarda e mi dice. “Ma che sta succedendo Do’? Siamo tornati indietro di vent’anni?!”. Ci stava pensando anche lui. “No, Alfrè. È tutto vero”.

Le storie de “Il volo del Dodo” – Danilo e Lorenzo

Danilo e Lorenzo. Lorenzo e Danilo. Due storie profondamente diverse, dallo stesso comune denominatore. L’amore per la maglia unito a quello della propria terra.

Trafila nelle giovanili, ma con destini diversi. Lorenzo si fa le ossa con la gavetta, sotto la regia del maestro Zeman prima a Foggia e poi a Pescara. Infine arriva in prima squadra, con Mazzarri in panchina, mostrando sprazzi del suo talento, giocandosi il posto con Pandev. Negli anni cresce, fino a diventare una delle colonne portanti azzurre. Dopo la partenza di Hamsik, Lorenzo corona il suo sogno: indossare la fascia di capitano del Napoli.

Per Danilo invece, un anno di prestito a Crotone e via in prima squadra. La sua avventura in biancoceleste sembra destinata ad essere quella di una bandiera. Poi qualcosa si inceppa. Viene mandato a Genova, sponda rossoblu, per trovare continuità; ma lì le cose non girano. Valigia pronta e si va a Benevento. Anche col giallorosso sulla maglia, Danilo non perde occasione per mandare messaggi d’amore alla sua Lazio. Prestito finito, si torna alla base. Sembra non esserci posto, ma Danilo resta. Suda, si allena, lavora sotto traccia. Alla fine rientra nelle rotazioni. Fino alla partita di sabato.

Due storie differenti, tuttavia simili per certi versi. Due facce della stessa medaglia, perché si sa: il calcio dà, il calcio toglie. Nello sport, come nella vita, la differenza tra la gloria e la caduta spesso è questioni di centimetri. La pallina da tennis che tocca il nastro, come racconta Woody Allen in Match Point. Quei maledetti centimetri. Quelli che fanno la differenza tra un palo colpito e la mano di Olsen che non riesce a parare il tiro di Cataldi, tra la conclusione di Insigne che viene respinta dal legno e la linea del fuorigioco che rende regolare Parolo prima che l’azione finisca con il sinistro del numero 22 laziale.

Danilo e Lorenzo, Lorenzo e Danilo. Il capitano ed il figliol prodigo, legati a doppio filo con le città di cui difendono i colori. Essere profeti in patria è tanto bello quanto doloroso. Estasiante nelle gioie, struggente nelle delusioni, senza mezze misure. Come nell’ultimo weekend. Le lacrime di Lorenzo, la felicità di Danilo. Da un rigore sbagliato contro l’acerrima nemica bianconera, alla rete che chiude il derby di Roma. Due battaglie diverse, che significano tanto per i rispettivi colori.

Danilo e Lorenzo, Lorenzo e Danilo. Napoli e Roma. Storie di amore e di passione. E quei maledetti centimetri a fare la differenza, in un senso o in un altro, in quel limbo che separa la delusione e la gioia, la sconfitta e la vittoria.

E quella maledetta pallina che a volte va dall’altra parte del nastro, altre volte no. Il calcio dà, il calcio toglie.

#ilvolodeldodo #danilocataldi #lorenzoinsigne

#32

#24

#7

Benvenuti sul nuovo sito

Colora la tua vita

Ci piace essere al passo con i tempi, e abbiamo aggiornato il nostro sito web con le più moderne tecnologie del momento.

Una nuova landing page all-in-one, dove potrete trovare tutti i collegamenti ai nostri social.

La nostra storia

Questa è la storia di una piccola grande avventura che continua. Una storia nata per gioco, per scherzo, quando il prof. Pietro Di Palma, editore dell’emittente Radio Antenna Uno, venne invitato da alcuni ragazzi dell’Istituto Magistrale di San Giuseppe Vesuviano che si dilettavano come speaker a Radio Somma a visitare gli studi radiofonici. È la storia di una emittente che non ha venduto l’anima per lo share, e che punta ad aumentare lo share proprio perché ha un’anima. È la storia di uomini liberi, di idee diverse, di rispetto per gli ascoltatori, sempre più numerosi, sempre più coinvolti e di promesse mantenute nei confronti di chi, in questa storia, ha creduto, ha scommesso, ha investito in pubblicità.
Era il 1975 e il professore, per far fronte alle spese dei suoi studenti, rilevò Radio Somma e di li a poco anche Radio Flash. Nel 1986 nasce l’idea di un’unica radio dalla fusione delle due emittenti, nasce così Radio Antenna Uno. Nel 1990 inizia l’ampliamento della copertura che mira a coprire l’intera Regione Campania, con l’obiettivo di dare aiu giovani una formazione tecnica e professionale, visto che il settore radiofonico era in ascesa e poteva essere un volano di opportunità lavorative soprattutto per i giovani diplomati. Nel maggio 2002 viene costituita Antenna Uno Promotion s.r.l. e termina la copertura regionale. Dal 1986 l’editore non ha mai smesso di coltivare l’obiettivo per cui era nata la radio “Fare Radio Scuola”: aprire le porte a tutti i giovani, dando loro la possibilità di focalizzare e mettere in atto le loro naturali aspirazioni nei vari settori radiofonici.
Oggi Antenna Uno è una radio pensata per chi non ascolta solo la radio. È una storia scritta insieme.

Radio Antenna Uno si fa oggi in due: perché forte dei suoi contenuti e dei suoi ascoltatori affronta il web, ripensandosi come un luogo multimediale, coinvolgendo il più possibile il proprio pubblico.
Orgogliosa di essere al servizio del proprio pubblico con la credibilità del suo staff, con la qualità del suo palinsesto, rendendolo ancora più solido, con l’originalità della sua offerta di intrattenimento e la sua eccellente selezione musicale. Capace di seguire gli eventi e di creare gli eventi, coltivare la gioia del buon vivere. Un’emittente che attraverso la voce dei suoi protagonisti ci fa essere dentro la realtà con passione, precisione, autorevolezza, ironia, diversità di punti di vista. Intelligenti, ironici, pungenti. Padroni di casa mai banali, originali nell’accompagnare e divertire il loro pubblico.
È una storia che continua, è una storia che aspetta solo di essere scritta insieme. Da una squadra che cresce proprio perché la sua è una bella storia: una storia in cui è bello esserci.